Mogol: Lucio senza eredi I giovani? Diamogli tempo

Il paroliere precisa il suo pensiero sul paragone Battisti-D’Alessio. Per Sanremo scoppia il caso dei Figli di Scampia

Jacopo Granzotto

nostro inviato a Terni

«Gigi D’Alessio bravo come Lucio Battisti? Be’, non scherziamo, ora vi spiego». La giornata dedicata a Mogol e alle dodici (neanche troppo nuove) proposte in procinto di debuttare a Sanremo si trasforma in una deliziosa lezione di storia della musica. Italiana, s’intende, quella che Giulio Rapetti, in arte Mogol, ha plasmato e reso immortale assieme a Battisti e a un «genio» chiamato Gianni Bella.
Tutta colpa di un articolo uscito ieri sul Corriere che titolava «D’Alessio è uno come Battisti». «Il giornalista ha frainteso, impossibile paragonare i due - attacca Mogol - hanno fatto musica in epoche diverse e cavalcato generi particolari. Battisti è anglosassone nella produzione, quasi nero. L’altro è legato alla tradizione popolare napoletana. Lucio è stato il più grande, non ha eredi. Ma Gigi ha la stessa capacità di creare grandi melodie». In una sola cosa vince il napoletano: «È un fenomeno quando canta in inglese, tutto il contrario di Battisti». Sarà. Doveva essere una giornata di sole a Toscolano, ospiti al Cet, il lussuoso cottage-studios immerso nella campagna umbra che serve a formare i musicisti di domani. E dove la qualità delle due sale di registrazione è tale da far impallidire il più schizzinoso dei tecnici del suono. E invece Mogol, ma anche il direttore artistico musicale Gianmarco Mazzi, devono prima chiarire un’altra questione. Quella legata a quale testo scegliere per la canzone Musica e speranza del gruppo «I figli di Scampia» progetto musical-sociale che lega l’autore dei testi Mogol (non chiamatelo paroliere) a Gigi D’Alessio. Sembra che il dialetto napoletano vada contro il regolamento del Festival, «nonostante la presenza di locuzioni in lingua dialettale quale espressioni di cultura popolare non faccia venir meno l’obbligo dell’italiano». «Dunque non è così sicuro - precisa Mazzi - che non sia possibile eseguire il brano in napoletano, una decisione che comunque dovrebbe essere meritocratica e non burocratica». Ci mette il carico Mogol, secondo il quale «tutte queste limitazioni, di età, di lingua servono solo a penalizzare la qualità del brano che è molto etnico. Sarebbe un peccato perdere l’atmosfera creata dal sovrapporsi di voci dialettali che rende bene l’atmosfera dei vicoli di Napoli. Mettiamogli i sottotitoli». Manca ancora un mese alla decisione finale ma è probabile che si arrivi al compromesso tra il testo in italiano e quello in napoletano, ovvero una folkloristica mistura, il terzo testo. Alla fine arrivano i giovani: «Sono Einstein dal punto di vista tecnico - dice Mogol - ma vanno formati dal punto di vista culturale. Oggi a un ragazzo non è lasciato il tempo di maturare come ad esempio è accaduto a Lucio Dalla che ci ha messo sette anni per diventare famoso».
L’ultima parte della lezione è divertente come la ricreazione. Si continua a parlare di intuizioni melodiche. È qui che spunta il nome di Gianni Bella. «L’hanno preso in giro per anni, bruttarello, parlata sicula, la sorella appresso, guardate che è un grande della canzone italiana...». Si chiude con Battisti e non poteva essere altrimenti. Allora, dopo tutte queste compilation e tripli cofanetti, se la sente di dirci qual è stato il grande capolavoro di Lucio, musicalmente parlando? L’attimo sembra una vita, ma un sorriso furbetto gli distende i tratti e lo riporta indietro nel tempo. In gioco c’è una vita di intuizioni irripetibili. «Come faccio a scegliere? Non posso. Il mio Canto Libero? Emozioni, Prendila così?. Forse Vento nel vento?». Macché, sulla luna ci va il crepuscolare, coraggioso, magnifico Il nostro caro Angelo. Amen.