Mogol: «Si nascose perché non accettava condizionamenti»

Il compositore, che con l’artista ha dato vita a uno dei più fruttuosi sodalizi musicali, ricorda: «La sua forza era la libertà assoluta»

Mi ritorni in mente oppure Fiori rosa fiori di pesco le voleva a tutti i costi Mina per sostituire Insieme. Balla Linda e Il paradiso della vita spopolarono in Inghilterra (la prima divenne famosa come Bella Linda grazie ai Grass Roots, la seconda con il titolo If Paradise Is Half As Nice cantata dagli Amen Corner) mentre noi vivevamo a pane e cover. E poi inutile citare classici come Dio mio no, I giardini di marzo, Non è Francesca, La canzone del sole. Mogol-Battisti, che qualcuno chiama i Lennon-McCartney italiani, sono ancora oggi una formidabile macchina da hit con cui tutti i nostri autori devono confrontarsi. Giulio Rapetti, che ora ha trasformato il nome du disque di Mogol in un vero cognome, non ha perso il «vizietto» della bella scrittura, ma quel rapporto con Lucio conserva sempre un sapore speciale. Già, quali saranno state le qualità artistiche di quel ragazzetto romano che lo hanno colpito quando si sono incontrati? «Non sono stato colpito dalle sue qualità artistiche, quanto dal modo con il quale reagì alle mie critiche sul suo stile. Le accettò dichiarandosi d’accordo». E così tutto cambiò...
Come si passa dai brani scritti per Tajoli e Betty Curtis o da Una lacrima sul viso al team con Battisti?
«Per me ogni canzone ha il suo testo insito nel senso della musica. Ogni tema musicale, o meglio ogni frase può dire certe cose e non altre. Io mi riferisco, scrivendo, all’interpretazione espressa dal compositore, prima del testo in un inglese maccheronico, mai ispirandomi al cantante che poi interpreterà la canzone».
Cosa pensa del luogo comune che contrappone Battisti agli artisti impegnati e schierati politicamente?
«Non parlare di dogmi politici era sufficiente ad essere condannato come artista superficiale. Una vera follia che tuttavia si è verificata in quei tempi».
Chi era in realtà Lucio come uomo e come artista?
«Un uomo che amava approfondire ogni argomento cercando di scoprire il meccanismo in ogni suo dettaglio. A parte il fatto di essere anche un musicista e compositore geniale».
Raramente dei compositori hanno scritto tante canzoni di successo come voi: c’era un segreto? Come funzionava il team?
«Indipendenza: libertà assoluta, coerenza e la coscienza che l’artista non deve avere formule precostituite dettate dal marketing o dal volere di qualcuno estraneo al fatto creativo».
Perché questi brani hanno segnato così indelebilmente la formazione e i sentimenti di diverse generazioni?
«Credo soprattutto per la sincerità con la quale sono stati scritti, e per il senso innovativo che non ricalcava vecchi schemi».
È vero che Lucio è scomparso dalla circolazione perché schiacciato dal peso del successo e spinto dalla voglia di cambiare personaggio?
«Credo che Lucio si sia difeso dagli inconvenienti del successo che spesso condizionano la vita degli artisti. Lui non voleva mai farsi condizionare».
Cosa le manca di Lucio?
«Il sorriso, l’ironia e le valutazioni artistiche sempre molto basate su criteri oggettivi».
Quale la sua eredità?
«La considerazione per gli altri artisti di valore di tutto il mondo e la passione per la musica senza frontiere, non soggetta ad alcuna divisione che non sia quella tra musica bella e musica brutta».
C’è qualche erede, o quali - anche alla lontana - i più accreditati?
«Ci sono e ci saranno altri grandi artisti, ma Lucio è e resterà, nel complesso delle sue caratteristiche, unico».