Moin: ho ridestato le speranze nella riconciliazione nazionale

Gian Micalessin

da Teheran

Fino a qualche settimana fa Mustafa Moin sembrava un perdente nato. Uno scartino mandato in pista tanto per difendere l'onore dei riformisti. Una semplice banderuola incaricata soltanto di segnalarne l'esistenza in vita. I suoi principali avversari non erano Hashemi Rafsanjani, il già due volte presidente tornato a dar la caccia alla vecchia poltrona o l'ex capo della polizia Mohammed Bager Qalibaf, capofila dei conservatori. Il suo nemico principale si chiamava astensionismo. Non l'astensionismo invocato dai riformatori radicali, ma l'apatia di un elettorato riformista disilluso e senza speranze. L'indifferenza di un mondo giovanile convinto che il voto non possa cambiare nulla. Quella del 54enne ex-ministro per gli studi universitari sembrava dunque una missione impossibile.
A gran parte degli studenti quest'uomo smilzo e dall'aspetto remissivo sembrava la controfigura, ancor più pacata, del presidente uscente Mohammed Khatami, incapace di rispettare qualsiasi promessa. Ma in quel fisico segaligno batte pur sempre un cuore da rivoluzionario guidato da una mente da burocrate. Quando nel ’79, già laureato in medicina, scese in piazza con le folle che acclamavano Khomeini e chiedevano la testa dello Scià, il 28enne Mustafa Moin era già un piccolo leader. Non a caso dopo il ritorno dell'ayatollah si ritrovò alla guida del Quartier generale della rivoluzione, un'istituzione incaricata d'aggiornare professori e libri di testo in base ai nuovi, rigorosi principi islamici e di selezionare accuratamente le credenziali degli studenti ammessi agli atenei del Paese. Dunque Mustafa Moin non è certo un ex dissidente.
Grazie al suo passato da ministro degli studi superiori è però un uomo abituato a dialogare e comprendere i giovani. Un requisito fondamentale in un Paese dove i cittadini tra i 16 e i 30 anni rappresentano i due terzi dell'elettorato. Un requisito che Mustafa Moin si prepara a sfruttare appieno. Contrariamente alle previsioni, i seggi si stanno riempiendo e lui, rientrato alla sede del suo gruppo dopo aver votato, appare fiducioso e confortato. «Più gente vota, dice un suo collaboratore, più possibilità ci sono che il nostro uomo conquisti il secondo posto e trascini al ballottaggio il grande favorito Hashemi Rafsanjani». E lui - confortato dai sondaggi e dal numero dei votanti - non s'accontenta più, fa capire in quest'intervista a il Giornale, d'arrivare al testa a testa con Rafsanjani, ma spera già di conquistare al ballottaggio la poltrona presidenziale.

All'improvviso tutto è cambiato, gli elettori sono andati ai seggi e lei si ritrova grande favorito. A che cosa attribuisce il risveglio del popolo riformatore?
«È il frutto della nostra campagna. Gli unici a sorprendervi siete voi perché parlate con i ragazzi nelle strade e riferite opinioni raccolte al volo. Ma noi abbiamo lavorato su quelli che definirei gli ispiratori del pensiero, sulle persone che contribuiscono a far opinione. Per convincere gli studenti abbiamo lavorato prima con i professori. Poi io stesso a bordo del mio autobus ho incominciato a viaggiare d'università in università. Man mano che li incontravo e parlavo con loro percepivo d'esser riuscito a smuoverli dall'astensionismo. Quando abbiamo terminato il nostro tour nelle province del Paese io eri certo di aver raggiunto il mio obbiettivo. Ero e sono sicuro di aver spazzato via la minaccia dell'astensionismo aprendo la strada al voto e alla stabilità dell’Iran».

Rafsanjani ha puntato tutta la sua campagna sui giovani: perché dovrebbero dar ascolto a lei e non a lui?
«Perché io e Rafsanjani siamo due candidati molto diversi come storia e come esperienza. Io sono una persona cresciuta negli atenei, un professore vissuto sempre a contatto con gli studenti. Durante tutti quegli anni nelle università ho imparato a conoscerli, capirli, parlare il loro linguaggio. Rafsanjani, invece, ci prova solo da qualche settimana. E poi se permettete anche l'età conta qualcosa: io ho 54 anni mentre lui oggi ne ha già più di settanta. Ma la differenza principale alla fine è tutta qui nel cuore. Quando io mi rivolgo ai giovani il mio cuore si scalda e loro mi seguono».

Ammesso che riesca a diventare Presidente, perché dovrebbe riuscire a mettere in moto quelle riforme che il presidente uscente Khatami non è mai riuscito a far approvare?
«Potrei risponderle dicendo che ho fatto tesoro degli errori commessi in questi otto anni vista la mia carriera da ministro, ma non è solo questo. La differenza principale è in questo caso la squadra. Gli uomini che mi stanno dietro sono molto più compatti, molto più coesi e molto più decisi. Siamo in grado di dar risposte precise e abbiamo dietro un forte appoggio popolare. Più di tutto alla fine conterà l'appoggio costante di chi oggi è andato a votarci. Ogni giorno dovremo far sentire d'aver alle spalle la forza di volontà d'un Paese deciso a battersi per le riforme e per il cambiamento».

Se è così sicuro di vincere sa anche quale sarà la sua prima mossa da presidente?
«Certo che lo so... parlerò al Parlamento e ringrazierò tutti quelli che mi hanno fatto questo regalo, ma subito dopo presenterò una proposta di legge chiedendo a tutti i parlamentari di votarla. È una bozza molto semplice con cui chiederò la proclamazione di un'amnistia generale e l'avvio di un processo di riconciliazione nazionale. Sarà il primo passo per arrivare a un'intesa completa con tutte le forze del nostro Paese».