A mollo nelle fontane, in barba a ogni legge

«Indubbiamente non esiste al mondo città più ricca di acque e fontane di Roma», «Roma è stata abbellita con decine di fontane monumentali», «Ancora oggi, mentre si ammirano tali capolavori, ci si rinfresca bevendo l’ottima acqua che scorre dalle tipiche fontanelle chiamate simpaticamente nasoni».
È un intero capitolo quello che il sito dell’Azienda di promozione turistica del Comune di Roma dedica alle fontane della città, illustrandone bellezza, storia e importanza. Peccato che alla loro celebrazione virtuale corrisponda, in realtà, l’abbandono istituzionale. Malgrado siano state più volte oggetto di illeciti e atti vandalici, anche negli ultimi mesi, nei pressi delle fontane più importanti della capitale non sono previsti controlli ad hoc di vigili urbani o forze dell’ordine. Perfino laddove la sorveglianza sarebbe possibile - per il passaggio più o meno fortuito di pattuglie o la presenza di un presidio poco distante dalle vasche - questa non viene effettuata. Sembra che gli agenti preferiscano voltare le spalle perché le violazioni ormai sono tanto numerose da rendere difficile, se non impossibile, porre loro un freno. Tanto vale - pare essere la scelta comune - lasciar correre. O meglio lasciar tuffare.
E sì, perché al vertice, per numero di casi, degli illeciti che includono anche graffiti e scalfitture, ci sono sicuramente bagni e docce nelle vasche monumentali, non più dovuti solo al tentativo di difendersi dall’afa, ma come vero e proprio fenomeno di moda. Sono sempre più numerosi i turisti che si immergono per tornare a casa con souvenir fotografici dell’impresa. E, se possibile, in più di una fontana, a comporre una collezione di scatti del tour «acquatico» nella capitale. Le più affollate sono quelle del Tirreno di Pietro Canonica e dell’Adriatico di Emilio Quadrelli ai due lati del Complesso del Vittoriano. Un paradosso, visto che qui, ogni giorno, c’è un presidio fisso di carabinieri che sorveglia l’accesso all’Altare della Patria.
Giorno e notte, si vedono file e gruppi di turisti attendere per fare il loro piccolo show: si tolgono le scarpe, bagnano i piedi, immergono le gambe e se ne hanno bisogno, sciacquano perfino qualche capo di abbigliamento, dal cappellino a sandali e infradito. Finito «il dovere», si passa al piacere della passeggiata da un capo all’altro della vasca, con passaggio - che per alcuni diventa doccia - sotto il getto d’acqua. Tra le più ambite la fontana del Nettuno in piazza Navona, eseguita nel 1576 su disegno di Giacomo della Porta e la Barcaccia, realizzata nel 1627 da Pietro Bernini con l’aiuto del figlio Gian Lorenzo.
Ovviamente non può mancare la settecentesca fontana di Trevi, progettata da Nicolò Salvi, che ancora paga lo scotto de La dolce vita di Federico Fellini, che, con la celebre scena del bagno di Anita Ekberg, l’ha resa oggetto del desiderio nell’immaginario collettivo. Proprio queste tre sono state teatro degli ultimi «nudi» capitolini: a spogliarsi integralmente per entrare nelle vasche sono stati, nell’ordine, una turista milanese a Trevi, un romano in piazza Navona, un americano in piazza di Spagna. Frequente l’immersione di piedi e gambe nella fontana del Tritone di Gian Lorenzo Bernini, in piazza Barberini e quella di Meyer all’Ara Pacis, che, a pelo d’acqua, sembra proprio una piscina con schizzi. Piedi «a mollo» pure nella fontana delle Naiadi, in piazza della Repubblica, senza protezione malgrado l’importante «parentela»: le sculture sono di Mario Rutelli, nonno dell’attuale ministro ai Beni Culturali. Dalla vasca cinquecentesca all’ultima degli anni duemila, da della Porta a Meyer, è tra violazioni e atti vandalici che i turisti italiani e stranieri, a Roma, si immergono ogni giorno nella storia. Sotto gli occhi - chiusi - di agenti, vigili e istituzioni.