«Per molti anni sono stato un capitano senza timone»

Cavaliere, lei oggi ha raccontato ai giudici che era «un banchiere» a chiederle di finanziare sottobanco i politici.
«E magari lei vorrebbe sapere da me a quale banchiere mi riferivo».
Esattamente.
«Non ci vuole molto a capirlo».
Secondo me lei ce l’aveva con Cesare Geronzi.
«Eh!»
Giusto o sbagliato?
«Sia chiaro che il nome lo ha fatto lei».
Sono le quattro di ieri pomeriggio, e Calisto Tanzi sta abbandonando l’aula dove si avvia a conclusione il processo contro di lui. La prima volta che era apparso in aula faceva pietà: costipato, pallido, tutto un espettorare. Ieri invece è disteso, quasi roseo. Anche se, ha spiegato ai giudici, la sua scarsa presenza in questi anni di processo è dovuta all’«evolversi delle patologie da cui sono affetto». Ma insieme ai suo malanni di salute, Tanzi ai giudici ha dovuto spiegare qualcosa di più imbarazzante: ha raccontato di essere stato per lunghi anni un imprenditore dimezzato, un capitano d’industria che non sapeva cosa accadeva nell’industria da lui stesso creata. Mentre i bond fasulli di Parmalat venivano rifilati ai risparmiatori di tutto il mondo, Tanzi sedeva lieto ed ignaro alla testa di un impero che credeva solido.
Lei non ne sapeva niente.
«Da un certo punto in avanti, quasi niente».
La Parmalat era una barca senza timone.
«Il timone c’era ancora. Solo che non lo tenevo io».
E quando si è reso conto che la sua barca andava da una parte diversa da quella che lei immaginava?
«Tardi, troppo tardi. Diciamo alla fine del 2003, quando mi sono reso conto che la realtà della mia azienda era molto diversa dalla realtà che mi era stata dipinta per molti anni».
Tutta colpa dei collaboratori. E pensare che Fausto Tonna, il suo braccio destro finanziario, in questo processo se l’è cavata patteggiando quattro anni: di cui tre cancellati grazie all’indulto.
«Diciamo colpa della struttura, di chi aveva l’obbligo di raccontarmi le cose come stavano».
Per lei invece il pubblico ministero Francesco Greco ha chiesto tredici anni. Una botta. Chissà come si sente. E pensare che oggi è anche il suo compleanno. Non è un bel modo di festeggiare i settant’anni.
«Indubbiamente. Ma non posso certo cambiare la mia data di nascita».
Calisto Tanzi non lo dice. Ma che il compleanno numero 70 sia arrivato prima della sentenza è, a ben guardare, una buona notizia. Perché la legge dice che chi ha compiuto settant’anni in carcere - a meno che non si chiami Totò Riina - non ci può più andare. Per quanto dura possa essere la sentenza, l’onta della cella per il Cavaliere bianco di Collecchio non arriverà più.