IL MOMENTO DELLA COERENZA

Adesso, vogliono farci credere che, se il Terzo Valico non si fa e non si farà mai, è tutta colpa di Massimo Tononi.
Tononi, chi? Tononi il sottosegretario all’Economia.
Adesso, vogliono farci credere che Tononi conta poco o nulla e che le sue sono dichiarazioni avventate di uno dei centotrè fra ministri e sottosegretari del governo Prodi-bis (se non ho perso il conto e l’organico non è lievitato di qualche ulteriore unità). Uno qualunque, uno che conta poco. Uno che contraddice bellamente ministri e governatori per il gusto di un titolo sui giornali.
E invece. Invece «Tononi chi?» è uno dei più prodiani del governo Prodi, praticamente l’ombra di Romano al ministero dell’Economia. Almeno così assicura Wikipedia, la più neutra ed informata fra le fonti della rete: quarantadue anni, trentino, laureato in economia aziendale alla Bocconi di Milano, manager alla sede londinese della Goldman Sachs - mica bruscolini - dove fino al 1993 si è occupato di fusioni ed acquisizioni di imprese. Basta? Non basta. É stato l’assistente di Prodi nella sua seconda parentesi alla guida dell’Iri e poi è tornato alla Goldman Sachs - mica bruscolini - di cui è diventato «partner managing director», fino al 18 maggio 2006, data del suo giuramento come sottosegretario all’Economia.
Ora, benchè non abbia la minima idea di cosa sia un «partner managing director», mi pare ovvio che non stiamo parlando di uno sprovveduto, nè di uno che non sa di cosa parla, quasi incapace di intendere e di volere. E credevo fosse ovvio a tutti.
Sbagliavo. Perchè, ad esempio, a Genova non era così ovvio. Il presidente della Regione Claudio Burlando, ad esempio, vorrebbe sapere, con educazione, stile e garbo, dal governo se quello che dice Tononi è vero oppure no. Il consigliere regionale diessino Ubaldo Benevenuti, invece, mette nero su bianco il fatto di «essere stupefatto» dalle parole di Tononi e dà fondo al suo vocabolario di indignazione, «prendendo atto con stupore e disappunto delle dichiarazioni del sottosegretario». Il senatore, diessino pure lui, Graziano Mazzarello, secondo il suo stile, va giù più duro, con la straordinaria accetta dialettica mazzarelliana che è quasi il suo marchio di fabbrica e parla di «scarsa conoscenza dei problemi di qualche sottosegretario» e, a scanso di dubbi sull’identità dello stesso, di «iniziativa sbagliata e inaccettabile del Sottosegretario Tononi», elevando la gravità della colpa con l’uso della maiuscola. Il (la) sindaco di Genova Marta Vincenzi, la più furba della compagnia, non cita Tononi.
Ora, leggendo il Giornale in questi anni, Tononi o non Tononi, si capiva che sarebbe finita così. Negli ultimi tempi, ogni volta che intravedo, anche solo da lontano, il senatore azzurro Gigi Grillo, scappo preventivamente. Perchè so che - con la sua grandissima preparazione sul tema - mi terrà ore a spiegarmi tutti i danni dell’Unione sul Terzo Valico. E Gigi ha assolutamente ragione; è stato l’unico, con il Giornale, a prevedere come sarebbe andata a finire.
Ora, l’ultima prova d’appello. Credo che le parole di Marta Vincenzi e Claudio Burlando siano significative. Non penso siano l’ennesimo bluff. Anzi, credo siano prese di posizione serie nell’interesse della città. E così anche le parole di Mazzarello.
Però cerchiamo di andare oltre. Se il grido di dolore dei vertici liguri dell’Unione non dovesse essere accolto, come è probabile, visto il sostanziale disinteresse sul tema dimostrato fino ad oggi dal governo Prodi ostaggio della sinistra massimalista, cosa succede? Burlando e Vincenzi escono dalla coalizione? Hanno un sussulto d’orgoglio e mandano tutti al diavolo? Si dichiarano indipendenti e governano al di là dell’appartenenza politica nell’interesse esclusivo della Liguria e di Genova? E Mazzarello che fa? Leva il suo voto, decisivo per la sopravvivenza del governo, a un esecutivo di cui lui stesso scrive, testuale: «Non è possibile un Governo che affronti in maniera contrapposta, secondo le giornate, temi di rilevanza nazionale prima ancora che locale»? Come si fa a votare la fiducia a un esecutivo simile, che i suoi stessi senatori accusano di andamento più simile a quello di un ubriaco che a quello di un governo davvero europeo?
Ecco, aspettiamo la risposta a queste domande. Che non può essere solo quella, solita, di Antonio Di Pietro di ieri. Altrimenti, siamo al gioco delle tre tavolette.