È il momento di riconsiderare certi valori

Caro dottor Lussana, come ho avuto modo di dirle al telefono, desideravo da tempo opporre un motivo d’orgoglio patriottico, oltre che famigliare, all’insana propensione attuale di dedicare piazze e vie a persone cui dovrebbe essere tributato n pietoso oblio, se non la «colonna infame» di cui sapeva fare ottimo uso la diversa mentalità pubblica del nostro orgoglioso passato; per non parlare della neghittosità tante volte dimostrata dall’animo distratto di certa compagine politica cittadina, e da lei denunciata, quando si tratti d’onorare caduti di provata nobiltà d’animo con altrettante vie a loro dedicate.
È di poco tempo fa la fremente dignità ferita apparsa nell’intervista, su il Giornale del 18 novembre scorso (pag. 11), a Massimo Coco, amico mio, giovane e valente musicista, figlio del Procuratore generale della repubblica a Genova, assassinato dalle Brigate Rosse in salita Santa Brigida, nella nostra città, l’8 giugno 1976. È di questi giorni la proposta indegna di porre lapide e onorata citazione celebrativa all’ingresso d’una stanza del palazzo romano a quel derelitto e povero sbandato (riconosciuto tale dalla sua famiglia stessa, che poi avrebbe però gradito e giustificato cambiare nome, in onore dell’«eroico» figlio, a piazza Alimonda - sempre nella nostra confusa città), a quel misero stralunato demente che era Carlo Giuliani. Riposi in pace.
Che sia giunto il momento di riconsiderare certi valori è ormai fatto provato. E proprio a questo fine le trasmetto la motivazione per la Medalia d’oro al Valor militare che è stata, insieme alla piazza di Prà (e a una via in Roma, mi è stato detto), l’unica ricompensa in cambio della vita d’uno splendido venticinquenne ingegnere navale e Tenente del Genio, in guerra nel 1942, sottoa la Regia Marina.
Le parlo del fratello di mio padre, mio zio Giuseppe Bignami, che alla fine del mese di Giugno del ’42 si sarebbe dovuto sposare, per poi iniziare, a guerra finita, una promettente carriera professionale nell’azienda dello zio Basevi.
Ma il destino troncò la sua giovane vita, e quella dell’altro eroe sull’Incrociatore Trento, nel quale mio zio esercitava le sue funzioni di ingegnere di macchina: il capitano di vascello comandante Stanislao Esposito, 44 anni, affondato con la stessa unità lo stesso giorno, il 15 giugno 1942.
Mi è grato ricordarlo in questa memoria insieme ad Emilio Legnani recentemente scomparso, che ho conosciuto e ricordava benissimo «Pippone» all’Accademia Navale a Livorno. Anche lui Medaglia d’oro al V.M.
Potrei ancora illuminare la memoria della famiglia nella quale mi onoro d’essere nato, e quella della nostra Italia, ricordando la medaglia d’argento (alla memoria, ancora una volta) conferita a Cesare Bignami, Tenente dei Bombardieri a Lucinico, il 6 agosto 1916 (in precedenza già decorato di Croce di merito di guerra), e la Croce di guerra attribuita al Tenente Stefano Basevi, che rifiutò di curarsi per continuare a difendere la sua postazione a Malcesine, morendo sul campo di battaglia di peritonite l’11 giugno 1917. Non aveva ancora compiuto 29 anni.
A questi veri eroi, che sapevano benissimo di rischiare la vita, e la rischiavano per il bene e la salvezza dei loro compagni e della Patria - non per devastare una città, non per aggredire carabinieri in missione di tutela dell’ordine pubblico da loro stessi minacciato e irriso -, a costoro bisogna dedicare l’ammirazione e il rispetto dell’Italia intera.
Agli altri, pur morti con dignità grande e inconsueta, ma passivamente nell’adempimento delle proprie pericolose attività di difesa sociale, il nostro rispetto, e corale, ammirato cordoglio.