«È il momento di rivalutare Bettino» Le riflessioni e i ricordi del parlamentare che diede la cittadinanza onoraria al leader socialista

Allora, onorevole Barani, pare che ci siamo: è venuto il momento di ragionare sulla figura di Bettino Craxi statista. Vince la Storia sulla cronaca, giudiziaria per giunta?
«Ci andrei piano. Rimane la forte ostilità di alcune forze politiche irriducibili. O meglio: massimaliste e radicali».
Fuori i nomi.
«Non è un mistero, basta vedere le reazioni in Italia all’iniziativa del presidente tunisino per dedicare una via di Hammamet al leader socialista. O leggere quello che hanno detto alcuni politici sull’ipotesi di realizzare un’analoga iniziativa a Milano o in altre città d’Italia».
Chi è contro senza se e senza ma?
«L’opposizione è trasversale. I Ds, innanzi tutto, e Italia dei valori. Poi alcuni di An e Lega, e la sinistra radicale».
In compenso, c’è chi rema a favore.
«Solo le forze autenticamente riformiste. Che non si rassegnano al fatto che ci siano strade e piazze intitolate a Berlinguer, per non parlare di Stalin e Togliatti, mentre Craxi, che ha fatto una parte della storia del Paese, resta tabù».
Il centrodestra, in generale, non è sfavorevole a una valutazione obiettiva. E lei fa parte di questo schieramento.
«Ne faccio parte, sì, in parlamento. Ma resto uno spirito libero, e critico quello che non mi piace. Ebbene, tra Berlusconi e Prodi non ho dubbi a favore del primo. ma come politico, tra il Cavaliere e Bettino scelgo quest’ultimo».
Eppure molti ricordano un Lucio Barani socialista di corrente lombardiana. Come si concilia il passato remoto con quello più recente, da riformista?
«È vero, ero lombardiano. Come Cicchitto, del resto, che ora è vicecoordinatore nazionale di Forza Italia. Ma ho sempre condiviso la visione strategica complessiva interpretata da Craxi. Che poi ho avuto modo di incontrare personalmente. E si è creata la sintonia».
Ricordiamolo, questo incontro.
«A casa sua, ad Hammamet, due mesi prima della morte. Era già molto malato, ma mi colpì la sua speranza nel futuro dell’Italia. Disse: “Ho fiducia, perché vedo che ci sono persone come te che rischiano per un ideale“. Non lo posso dimenticare».
Il suo rapporto con i figli, Stefania e Bobo?
«Come dire? Non sono in sintonia».
E con gli altri socialisti dell’epoca?
«Parliamo di Amato, Intini e compagnia? Meglio di no. Lasciamo perdere».
Hanno preso le distanze da subito.
«Se è per questo, mi ricordo quando riferii a Bettino dell’assoluzione di Andreotti. Mi disse: “Rimango solo io. E vogliono che muoia solo io“. Per me, a quel punto, si è lasciato morire».
Vuol dire che è pessimista, che non c’è molto spazio per ripensare in positivo alla figura e alla politica dell’allora capo del governo che si oppose allo strapotere dei comunisti?
«Lo spazio storico c’è, altrimenti vuol dire che è finita l’Italia. Lo dimostra questo minestrone della legge Finanziaria, ma non solo. Non c’è uno solo dell’Unione che sia d’accordo con gli altri. E questo indirettamente dà ragione a Craxi».
Dove sono finiti i riformisti?
«Alla Camera siamo in sei, un gruppo piccolo, quello del Nuovo Psi, ma agguerrito ed entusiasta. Ci facciamo sentire, io intervengo due volte al giorno, non ne lascio scappare una alla maggioranza».
Le sue impressioni da deputato. Non si sente un po’ ingabbiato?
«Niente affatto. E poi mi impegno a fondo nelle commissione interparlamentare sull’Infanzia, e nella commissione della Camera sui problemi sociali, in coerenza con la mia professione di medico specializzato in igiene, e medicina dello sport e del lavoro».
Sono ben noti i suoi duetti col presidente Bertinotti.
«Soprattutto se invita a un minuto di silenzio quando si ha notizia di un morto sul lavoro. E allora gli ricordo che ogni giorno muoiono cinque persone per cause di lavoro. Anche se non fanno notizia. Dovremmo fermarci a ogni seduta, con un minuto in silenzio anche per loro».\