Le monache di clausura raccontano la loro scelta

nostro inviato a Locarno
Due primi premi negli ultimi cinque anni, per Alla rivoluzione sulla due cavalli nel 2001 e Private nel 2004. La direttrice del festival (Irene Bignardi all’ultimo mandato) e l’aria di confine hanno fatto di Locarno una delle sponde preferite dal cinema italiano. Che poi portarsi a casa il Pardo d’oro non sia il passepartout per le sale è un altro discorso. Vale spesso per Venezia, figuriamoci qui, in un festival che con il tempo ha esasperato la sua deriva esploratrice. L’anno scorso la sezione dedicata al Mekong, quest’anno al Maghreb: Hollywood, e non solo, stanno da un’altra parte, ma questa è Locarno con le sue regole non scritte. O si sta al gioco oppure si gira al largo.
E gli italiani anche quest’anno, edizione numero 58 del Festival, non si sono tirati indietro. Una pattuglia più trasversale del solito, il concorso d’accordo, ma non solo.
Ieri, per esempio, è stato il giorno di Face addict. Coproduzione italo-svizzera nella sezione internazionale ma fuori concorso, regia di Edo Bertoglio: venti e passa anni dopo, un viaggio nei resti della New York che ha visto nascere, crescere, ammalarsi e poi morire la Pop Art. Andy Warhol («parlava poco, alle domande faceva rispondere gli assistenti») e i suoi discepoli, i capannoni di Soho e dell’East Village, Alphabet street spaccio a cielo aperto. Vita di geni e di genialoidi, pazzi e pazzoidi, angeli e demoni, Keith Haring e Basquiat («lo accompagnavo a fare i graffiti negli anni della zero tolerance, lo aspettavo in auto pronti a fuggire non appena ci avessero scoperti», Jim Jarmusch e Debbie Harry, pittura e musica, arte senza confini, contaminazioni esplosive. Dilanianti. Se è vero che poi è tutto finito: i grandi mercanti di arte e l’Aids, flagelli opposti ma altrettanto virulenti che hanno stravolto una generazione. Bertoglio a New York ha vissuto quattordici anni, ora riapre gli archivi e torna sugli avanzi di una generazione. I ricordi. Le nostalgie. Esistenze tanto rallentate quanto prima erano psichedeliche. L’unico sussulto è l’esito negativo degli esami nel sangue: no Aids, né traccia di droghe o alcol. Qualcuna, flebile, di vita. Realismo nostalgico cui venti minuti in meno avrebbero fatto bene.
In gara invece c’è La guerra di Mario: regia di Antonio Capuano, nel cast Valeria Golino. Storia di un’adozione non riuscita: una coppia agiata napoletana prova il salto di qualità facendo entrare nella propria vita un bambino di nove anni (Mario, appunto) ma l’innesto non riesce, troppe le complicazioni. Crisi di rigetto, Mario si inventa una vita parallela per compensare le lacune di quella reale. «Quando l’ho visto sono rimasta sconvolta» ha detto la Golino, nel film donna quarantenne che si reinventa madre, cui amore e passione non bastano per trasformare tre persone in una famiglia.
La pattuglia tricolore per catturare il Pardo finisce qui. Sono tredici giorni che possono farti svoltare: Saverio Costanzo, regista di Private, un anno dopo non ha ancora dimenticato. «Per me è stato tutto, ho l’impressione che non riuscirò mai più a provare una simile sensazione. La magia di Locarno? La stessa della città in agosto: è uno spazio tuo, ti ci puoi avventurare senza paura di perderti. Così è Locarno, non vieni triturato come a Venezia. Ci vai, e ci siamo andati, perché vogliono proprio te. È un modo per tirasi fuori, per camminare su un altro sentiero. È un’esperienza che consiglierei anche se non avessi vinto». Poi nelle sale è un’altra cosa, però. «Private non è andato così male, è un film difficile, complesso. Tutto qui». Costanzo è in partenza, in testa ha un film tratto dal romanzo di Tommaso Monicelli Il Gesuita perfetto, dice che sarà pronto nel 2007: «Sono uno lento, io». Nemmeno Locarno va di fretta.