Monasteri blindati, 100 arresti Così la Cina "rieduca" il Tibet

Alta tensione nell’anniversario dei 50 anni dalla fuga del Dalai Lama Bomba contro la polizia. Fermati due giornalisti italiani

Pechino Un terzo della Cina è in uno stato d’assedio non dichiarato. Le province a rischio di scontri (non solo il Tibet ma anche quelle confinati) sono state interdette agli stranieri, ed è stata ulteriormente rafforzata la presenza di militari nelle zone di frontiera meridionali, nell'eventualità che gruppi di tibetani in esilio in India o in Nepal tentino di entrare in queste ore nella regione himalayana. Alla vigilia del cinquantesimo anniversario della fuga del Dalai Lama in India, il 10 marzo 1959, dopo la fallita rivolta tibetana contro il governo di Pechino, il governo comunista ha fatto scattare un ferreo apparato repressivo. Nella giornata di ieri sono stati arrestati 109 monaci dal monastero di Lutsang, nella provincia del Qinghai. La motivazione ufficiale: esigenze di «rieducazione politica». Sorte analoga è toccata, nelle scorse settimane, anche a un centinaio di monaci del monastero di An Tuo, sempre nella zona del Qinghai, confinante con il Tibet, che sono stati arrestati dopo una manifestazione tenutasi in occasione del capodanno tibetano, il 25 febbraio scorso. A dare la notizia due giornalisti italiani, dell’Ansa e di Sky Tg24, che ieri sono stati fermati dalla polizia e trattenuti per più di tre ore. Al loro rilascio sono stati seguiti, dalle forze dell'ordine fino ai loro alloggi. Entrambi hanno precisato di non avere violato alcuna legge cinese e di ritenere ingiustificato il fermo di polizia.
L'arresto dei religiosi fa parte delle misure straordinarie messe in atto da Pechino per arginare le proteste anticinesi, che il governo teme in un periodo delicato anche per il primo anniversario della rivolta di Lhasa dello scorso 14 marzo. Per oggi è previsto un discorso del Dalai Lama che ricorderà i cinquant’anni dall'esilio. Secondo le anticipazioni diffuse la guida spirituale buddista denuncerà la repressione di Pechino dichiarandosi però disponibile a un accordo. Lo stato di tensione era cresciuto nei giorni scorsi, con l'aumento delle forze dell'ordine e dell'esercito per le strade. Le misure straordinarie messe in atto da Pechino per contrastare il pericolo di rivolte contro il governo centrale prevedono anche un massiccio intervento sulle reti internet e di telefonia mobile: da oggi fino al 1° aprile, gli utenti di internet e di telefoni cellulari potranno leggere sui propri schermi il messaggio «servizio interrotto, ci scusiamo per l’inconveniente».
Anche il presidente cinese, Hu Jintao, che nel 1989 era alla guida del Partito comunista in Tibet e ordinò una sanguinosa repressione, è intervenuto sulla situazione nella provincia autonoma: «Dobbiamo costruire - ha dichiarato ieri il presidente cinese - una Grande muraglia nella nostra lotta contro il separatismo e per la salvaguardia dell'unità della madrepatria e trasformare la stabilità di base del Tibet in una sicurezza a lungo termine». Hu Jintao ha poi anche auspicato che il Tibet possa procedere verso «un rapido sviluppo economico» e sia in grado di garantire «sicurezza e stabilità sociale». Una sicurezza che sembra venire meno nelle ultime ore: durante una manifestazione sempre nel Qinghai sono stati lanciati piccoli ordigni contro un’auto della polizia e un automezzo dei Vigili del fuoco, provocando lievi danni. Il fatto è avvenuto domenica scorsa, ma i media cinesi ne hanno dato notizia con ventiquattro ore di ritardo.
Secondo i dati raccolti dai tibetani in esilio, il livello di repressione della Cina contro il Tibet ha raggiunto i livelli di trenta anni fa, ai tempi dell'estremismo maoista della Rivoluzione culturale: nell’ultimo anno i tibetani scomparsi sono oltre milleduecento.