Monasteri femminili: una lunga storia di vocazione e arte

Una ricerca mirata e difficile quella che ha portato alla realizzazione del volume «Monasteri femminili a Genova tra XVI e XVIII secolo» (edizioni Diras, 45 euro), che porta la firma di Ezia Gavazza oggi professore emerito all'Università di Genova nonché studiosa di chiara fama della pittura barocca genovese e ligure e di Mauro Magnani, ordinario di Storia dell'Arte Moderna sempre a Genova. Il libro costituisce la conclusione di un lavoro che ha interessato 31 complessi monastici, indagati nei loro caratteri decorativi e nelle vicende storiche. Ne emerge una realtà ricca e complessa che è stata trasformata già tra le fine del XVIII secolo e la metà del secolo scorso dalle soppressioni religiose e anche a partire dal secondo Ottocento dagli interventi urbanistici che hanno mutato il volto della città antica, facendo letteralmente scomparire un complesso di beni estremamente importante e significativo. Il volume di 400 pagine si compone di saggi introduttivi e di una schedatura a cura di Barbara De marco e Paola Martini oltre che di un ricco corredo di immagini che illustrano quanto si sia perso di questo patrimonio artistico. «La ricerca che porta alla realizzazione di questo testo - scrivono gli autori nella presentazione - trova origine in una metodologia di studio - sviluppata presso l’allora Istituto di Storia dell’arte dell’Università di Genova, poi confluito nel Dipartimento di italianistica, romanistica, arti e spettacolo - volta a considerare in uno stretto legame la vicenda sociale e politica della Repubblica aristocratica con l’espressione di una comunicazione per immagini: un’analisi condotta sia sul versante laico, attraverso la grande decorazione e le scelte che caratterizzano il rapporto committenti e artisti nella dimora privata, sia su quello religioso, unendosi alla vicenda della devozione e della pietà che coinvolge ceto dirigente e popolazione nel suo insieme e che trova espressione nelle sedi religiose e nei loro apparati decorativi, dalle chiese cattedrali, alle parrocchie, dalle confraternite, alle chiese gentilizie, dalle presenze degli Ordini religiosi, ai santuari». Il patrimonio architettonico e artistico che questi edifici rappresentavano e custodivano è andato in gran parte distrutto nel corso degli anni. Si tratta di quella che gli autori definiscono «una clamorosa perdita e dispersione del patrimonio costituito da monasteri, conventi e istituti femminili, drammaticamente evidenziata nelle soppressioni napoleoniche e sabaude e accelerata fino alla quasi totale scomparsa dalle ulteriori distruzioni dell’ultimo conflitto mondiale fino alla rarefazione delle vocazioni e al progressivo abbandono di molte sedi dal dopoguerra ad oggi».
A Genova l’ambiente monastico era strettamente legato al Palazzo: sia perché il ceto aristocratico vi si rivolgeva per l’educazione delle figlie femmine, sia perché la «monacazione» era imposta alle donne che non si sposavano. I conventi poi venivano decorati per ricordare il giardino dell’Eden e la Gerusalemme celeste. Molte furono le congregazioni sotto la regola di Sant’Agostino, San Sebastiano, San Bartolomeo dell’Olivella, Sant’Andrea della Porta, Santa Maria in Passione, Santa Maria delle Grazie. Nel volume gli autori hanno schedato 31 complessi monastici, realizzando un censimento delle opere che vi erano contenute, molte delle quali rintracciate soltanto nelle testimonianze storiche. Una lettura per appassionati, certo, ma anche ricca di curiosità. Come quella relativa alla storia della nobile Vittoria De Fornari, vedova di Angelo Strata che fondò il monastero della monache Turchine. Mogie e madre felice, una volta diventata vedova in giovane età ritrovò la speranza soltanto grazie alla vocazione monastica.