Moncia, la grande voce di Markette

«Milano per alcuni versi è aperta per altri fa ancora fatica a integrare lo straniero»

Non è una donna, è un tornado, una bomba di simpatia, energia e calore umano. La signora in questione si chiama Moncia, solista e voce del coro gospel di Markette, la trasmissione cult di Piero Chiambretti su La 7. La chiamano “The Voice”, capace com’è di spaziare da Mozart a Verdi alle canzonette pop; una mole di donna che porta i suoi chili con la grazia di una libellula, alla faccia delle tristi signorine volutamente sottopeso che con la bellezza vera hanno ben poco da spartire. Il suo nome all’anagrafe è tutto un programma, Moncia Small, la ragazza approdata in Italia dopo una seria gavetta negli Usa. Nata nello Stato di Delaware, laureata alla University of Delaware e al Conservatorio di Brooklyn a New York, ha studiato l’opera lirica e il canto, si è esibita con orchestre e gruppi corali e ha lavorato anche in banca. Poi un giorno, per caso, legge un annuncio: cercasi cantante per una tournée in Italia. E perché no, pensa lei, perché non andare?, Italy is beautiful... Fa un’audizione, abbaglia tutti grazie a talento e presenza scenica e sbarca a Milano con la compagnia dei Golden Gospel di NY. Dichiara di adorare gli Usa, il suo lavoro e la buona cucina. La sua serata ideale? Da trascorrere da sola in una piscina di cioccolato.
Da Chiambretti come ci è arrivata?
«Dopo la tournée in Italia me ne sono andata sei mesi in Germania. Nel frattempo mi aveva vista un impresario che mi propose il ruolo di Miss Sherman in Saranno famosi. Ho girato l’Italia per due anni in lungo e in largo. Un giorno qualcuno mi segnalò che c’erano i provini a Markette. Mi presentai ed eccomi qui».
Si diverte?
«Molto, siamo un gruppo affiatato, si lavora magnificamente insieme».
Si è integrata bene a Milano?
«L’inizio è stato un po’ duro. Appena arrivata mi misi a cercare casa. Trovai un appartamento, telefonai, ma quando la proprietaria mi vide, una signora piuttosto anziana, mi disse che “a malincuore” non poteva affittarmelo, che le “dispiaceva” ma le facevo “un po’ paura” e che quindi “non sapeva bene cosa fare”. Le risposi che non mi sembravano i presupposti ideali per affittare l’appartamento e me ne andai. Difficile descrivere il mio stato d’animo: ero sbalordita, scioccata e ferita. In tutta la mia vita non mi era mai successa una cosa simile. Ma poi mi sono ripresa. Mi sono detta, be’, non saranno tutti così. Infatti adesso ho la mia casa e sto benone».
Cosa pensa della città?
«Per alcuni versi è aperta, per altri fa ancora fatica a integrare lo straniero fino in fondo. Ma penso sia solo una questione di tempo. Detto questo, a Milano ho conosciuto persone straordinarie e interessanti. È una città che ho imparato ad amare e apprezzare nel corso degli anni».
Quale potrebbe essere una formula vincente per favorire una buona integrazione?
«È così semplice da sembrare quasi banale: basterebbe che ognuno fosse consapevole che non è il colore della pelle bensì la qualità della persona che conta. Alla faccia dei pregiudizi. O no?».