Mondiali di nuoto, Malagò al pm: «Io presidente, ma non decidevo»

Massimo Malpica

RomaPochi giorni prima della cerimonia inaugurale dei Mondiali di nuoto di Roma 2009, il presidente del comitato organizzatore, Giovanni Malagò, arriva in procura a Roma, come testimone dell’inchiesta sugli appalti per le infrastrutture di quel particolare «grande evento», mentre le indagini su G8 e «cricca» erano in corso, ma non ancora emerse. È il 22 giugno, e il presidente del prestigioso circolo Canottieri Aniene, che vanta tra i suoi atleti l’olimpionica Federica Pellegrini, è ancora «persona informata sui fatti». Un anno dopo, invece, si ritroverà coinvolto nell’inchiesta come indagato, e verrà rinviato a giudizio insieme ai vertici della «cricca» per le gare di G8 e protezione civile, ed è per questo che il verbale di quel giorno di inizio estate finisce tra gli atti del procedimento su Balducci & Co., depositati qualche giorno fa dalla procura di Perugia.
Come si «difende» Malagò, che non era indagato, di fronte al pm Sergio Colaiocco? Tratteggiando una figura del presidente del comitato organizzatore quasi vuota di ogni potere decisionale, soprattutto sul «mattone». Oggetto dell’indagine era infatti la costruzione con procedure ultrarapide di piscine e foresterie da parte di circoli sportivi privati. È qui che finisce nel mirino il Salaria Sport Village di Anemone e Balducci. E anche il circolo Aniene di Malagò aveva costruito una piscina ad hoc. Strutture che ufficialmente servivano come appoggio logistico per l’evento mondiali. Ma che, come vedremo, lo stesso Malagò definisce non essenziali. Ai pm che gli chiedono della genesi dell’evento, Malagò risponde negando che se ne parlasse prima dell’aprile del 2005. Solo allora lui, la Fin e l’ex sindaco Veltroni, spiega, decisero di lanciare la candidatura vincente di Roma. Su Veltroni, Malagò rivela una «clamorosa anomalia», spiegando che Walter aveva preteso tre posti nel Cda per il Campidoglio, pur avendo il Comune finanziato l’evento con meno soldi rispetto per esempio alla Regione, che in consiglio aveva un solo rappresentante. Questo, spiega Malagò, perché Veltroni «era un pochino il referente di tutta la vicenda». Quanto alla figura del commissario straordinario, l’ignaro Malagò spiega che forse il motivo dell’avvicendamento tra Balducci e Claudio Rinaldi è forse per gli «altri impegni» di Balducci, alle prese «con il G8, i 150 anni d’Italia». E conferma che, comunque, il commissario riferiva al «regista», ossia la Protezione civile, dove «per una curiosa particolarità o forse giustizia di questo Paese si equiparano sia le cose belle sia le cose meno belle». Salva però Bertolaso, spiegando che alle riunioni, dopo la primissima fase, non c’era quasi mai, impegnato com’era per l’emergenza sisma in Abruzzo.
Il pm cerca di stringere un po’ il discorso sul fronte delle concessioni dei lavori in deroga, ma Malagò è un po’ evasivo, spiega che il suo comitato è solo «cliente, utilizzatore» degli impianti, e alla toga che gli chiede se tutti quei lavori «servono per gli allenamenti», replica sibillino: «Assolutamente sì, il famoso dettame del quadro sinergico del quadro esigenziale...». Il pm quasi s’arrabbia: «Non la capisco». E più avanti il presidente sembra spiegare che c’è «l’essenziale» e poi «l’esigenziale». Quindi se per fare i mondiali bastava l’essenziale («5-6 piscine da 50 metri, 5-6 da trenta»), «l’esigenziale» sono «quelle fatte in più»: «Se ci sono si fa più bella figura, ma se non ci sono onestamente non muore nessuno». Sui ritardi, Malagò mette le mani avanti, e spiega di aver «sempre manifestato enormi perplessità sulle date di consegna». Ma non sa chi decide, non ha visto molto, non ha visitato troppi cantieri. Il pm lo punzecchia: «Si pone un po’ troppo poche domande, però, è poco curioso». Lui taglia corto: «Io di un buon 50 per cento di quei posti non solo non conosco i progetti, ma non so nemmeno dove siano».