Il mondo civile si batte contro il burqa Noi ci vestiamo le Barbie

Io lo so come si sente la Barbie «con colori e abiti unici» realizzata da Eliana Lorena cui, sfortunata, in mostra alla libreria etnica Azalai di Milano con altre Barbie in abiti moderni, kimono, chador, sari.. è invece capitato il burqa. Lo so perché è stato descritto molte volte come si sente una donna che indossa un burqa, e forse sarebbe l’ora di smettere di farci sopra gli spiritosi. Per esempio Khaled Hosseini autore di L’aquilone e di Mille splendidi soli racconta: «Mariam non aveva mai indossato il burqa, Rashid dovette aiutarla.. il pesante copricato imbottito le stringeva la testa. Era strano vedere il mondo attraverso una grata... la innervosiva non poter vedere di lato e si sentiva soffocare dal tessuto che le copriva la bocca...». Molte altre persone esperte, fra cui da noi la deputata Suad Sbai, hanno spiegato molte volte che in quella prigione si entra in una depressione clinica e in una patologica confusione mentale, si diviene facile preda di molte malattie della vista, dell’udito, dell’equilibrio e che quindi è necessario vietare il burqa per legge.
Il burqa non ammette leziosaggini, ma solo una decisa battaglia per eliminarlo dalla società in cui la donna ha combattuto per secoli per essere libera, la nostra: già l’anno scorso, in occasione dei cinquant’anni della bambola Barbie da festeggiarsi in modo politically correct, la pupa internazionale dalle lunghissime, instabili gambette, è stata infagottata variamente in modo multietnico, e messa in mostra; l’artista, Loredana Castelli ha spiegato che questo avvolgere la donna-Barbie in panni e colori diversi non fa che denunciarne la identica mercificazione corporea. Sotto il nero morte del burqa come sotto la minigonna rosa originaria di Barbie. Così è anche per il sari e il costume da geisha.
Mi dispiace, non è vero. Il sari e il costume ci riportano a parecchi guai femminili, e noi abbiamo i nostri, ma ci piace graduarli a seconda della nostra libertà di sceglierceli. Il burqa è invece la proibizione, più o meno interiorizzata non importa, del diritto della donna ad avere un corpo, ad avere la sua libertà.
Fu proprio questo lo scandalo originario di Barbie, quello di abbandonare la mimesi infantile della porcellane, il legno, la plastica pesante, i materiali delle bambole di un tempo. Erano più belle? Forse, ma Barbie fu come un fuoco. Fu scandalo, fu rivoluzione, fu anche un’idea massificata dell’emancipazione, buona per le principesse e le contadine, per le ragazze bene e le impiegate. Proprio come Mac Donald: doveva la plebe della periferia romana sciamare in Piazza di Spagna occupandola per quel cibo da poche lire, gustoso magari, ma così volgare? Barbie fu il segnale della libertà per le bambine di immaginarsi slanciate, bellissime, fidanzate con Ken, in sintonia con la tv che da poco occupava l’etere e la fantasia. Non posso dimenticare la faccia di un amico quando regalai un Barbie a sua figlia: era schifato; ma la ragazzina, felice. Era la felicità della modernità e della libertà con la sua confusione, magari.
Ma il burqa non c’entra. Perché se vai a cercare il burqa, là troppo spesso troverai violenza abituale contro le donne, delitto d’onore, poligamia, antisemitismo, odio per i cristiani, per gli indu, per gli americani e parecchi altri infedeli. Nei burqa sono state alle volte trovate armi che i terroristi travestiti speravano che le guardie non avrebbero avuto il coraggio di cercare.
Non amo discutere le prese di posizione del Papa perché non sono cattolica, ma rispettosamente non credo, come ha affermato, che se una donna sceglie di indossare il burqa allora le sia lecito farlo. La paura, la minaccia, il conformismo, il bisogno e anche il fanatismo troppo spesso ci trasportano sulle loro ali di pipistrello. Una donna può diventare il manifesto estremista della sua famiglia, di suo padre di suo fratello, del suo clan.
Moltissimi musulmani sono contro il burqa e persino il niqab (il velo sul viso), e approvano la scelta della Francia e del Belgio di bandirli per legge. Del resto persino il gran maestro islamico sunnita, lo sceicco dell’università di Al Azhar Muhammad Sayyd Tantawi, a ottobre proibì alle studentesse di portare sia l’uno che l’altro, permettendo semmai un fazzoletto in testa, il hijab. Donne afghane, iraniane, egiziane, irachene, di Gaza, della Turchia, del Marocco, hanno chiesto alle loro compatriote con pubblici appelli di respingere l’umiliazione e la violenza che il burqa e il niqab portano con sé.
E noi che facciamo? Giuochiamo con le bambole?