Mondo della danza in lutto E' morto Maurice Béjart

Nella notte è morto il grande coreografo francese, aveva 80 anni. Da 20 anni dirigeva il Béjart Ballett di Losanna

Losanna - Il coreografo francese Maurice Béjart è morto nella notte a Losanna. Lo ha dichiarato all’Afp il Béjart Ballet di Losanna che l’artista dirigeva da 20 anni. Béjart aveva 80 anni, soffriva di problemi renali e cardiaci. Era stato recentemente ricoverato nell’ospedale universitario di Losanna per seguire un trattamento. Il coreografo direttore del Bejart Ballet stava lavorando a una nuova creazione, "Il giro del mondo in 80 giorni". Nato il primo gennaio del 1927 a Marsiglia, Maurice Bejart ha al suo attivo più di 200 spettacoli. Prima ballerino poi coreografo, nel 1960 creò a Bruxelles il Ballet du XXe siecle, poi si spostò a Losanna. La sua nuova creazione deve debuttare il 20 dicembre.

La sua carriera "Detesto il balletto, gli orrendi tutù e la volgarità dei fondali di cartapesta. Non sono un coreografo, ma un uomo di spettacolo totale: amo scegliere i gesti e le parole, curare le scene, le musiche, gli effetti speciali e ogni dettaglio, attingendo a qualsiasi forma d’arte". Si presentava così Maurice Bejart, colui che di fatto è stato il coreografo più conosciuto e apprezzato d’Europa, l’artista che dopo Martha Graham e per primo nel Vecchio Continente è riuscito a stabilire nella danza un flusso ampio e continuo di comunicazione tra il quotidiano e l’immaginario, fra istanze popolari, sociali e politiche e un teatro intellettuale. Uomo delle contraddizioni eclatanti, dei grandi gesti e delle repentine inversioni di rotta, dopo 30 anni di successi aveva deciso nel giugno ’92 di chiudere lo sfolgorante Ballet du XX Siecle (Mudra) del quale era stato fondatore e animatore al Teatre Royale de la Monnaie di Bruxelles, per fondare a 66 anni una nuova compagnia, il Rudra Bejart Ballet di Losanna con 25 solisti fedelissimi, creando tutte coreografie ispirate al mondo cinematografico (Chaplin, Godard, Pasolini, Lang).

Via da Parigi Per lui che era marsigliese, Parigi che pure adorava (e dove aveva mosso i primi passi formando la compagnia dei Ballets de l’etoile e dove sempre tornò per lavorare all’Opera) era troppo ministeriale e politicizzata. ELa mia vita - diceva - somiglia a quella di un nomade del deserto: sempre pronto a ripartireE. Tratti aguzzi un pò da corsaro, un pò da diabolico guru, capelli corvini e occhi azzurrissimi, Bejart - che in realtà si chiamava Berger, il nome d’arte lo scelse in omaggio alla famiglia che lo adottò - era nato nel 1927 da un contadino e da una donna bella e attivissima. Cominciò con un teatro povero, ringhioso, sperimentale, contro la tradizione, il metodo di Serge Lifar (per anni padrone dell’Opera di Parigi) e le favole romantiche. E dopo aver spicconato con implacabile intento rivoluzionario la visione di corte 800esca del balletto e quella alto-borghese dei Diaghilev e dei Balanchine, diventò il profeta e il testimone dei fermenti in atto tra gli anni Sessanta e Settanta, scegliendo sempre, come diceva, Eciò che sta per nascere e che ha dentro di sé l’avvenire".

Libertà ed erotismo Nel ’59 mandò in scena una sua versione della Sagra della primavera che suscitò scandalo per la libertà e la crudezza del rito erotico collettivo che vi si compiva. E dopo L’uccello di fuoco in chiave guevarista, con Bolero, Cygnes, Bhakti, Les Vainqueurs Bejart focalizzò l’attenzione sull’Oriente induista e buddista, poco prima che ci fosse il boom degli hyppie e dei figli dei fiori. Poi con Romeo e Giulietta (1966) si fece interprete dei problemi dei giovani, inneggiando alla rivoluzione sessuale e alla pace. Temi tutti aderenti all’attualità, come quelli cui si era dedicato negli ultimi tempi: l’antirazzismo, il rifiuto dell’industrializzazione, il problema del terzo mondo e della distruzione della terra (affrontato in 1789, per il bicentenario della rivoluzione francese). E se è vero che le sue innumerevoli creazioni - fino alla sua ultima dell’estate ’94 King Lear- Prospero - sono state spesso sovraccariche di simbologie e mitologie sofisticate e intricatissime, emerge sempre un’energia vitale contagiosa, espressa con un linguaggio a metà strada tra l’aspirazione al teatro totale di Wagner e di Artaud e l’astrazione più ascetica, tra grandi esplosioni barocche e la ricerca formale pura, tra sogno, utopia e ironia.