Mondo dello spettacolo in sciopero

Oggi i lavoratori del settore si fermano per contestare i tagli ai finanziamenti pubblici. Ma la maggior parte dei cinema resterà aperta. E per i teatri il lunedì è il giorno di chiusura. Flop della protesta ideologica

Roma - Dopo i vip, le maestranze. Con meno clamore. Attori e registi, qualche settimana fa, avevano occupato il tappeto rosso del Festival di Roma, salvo dileguarsi dopo l’inaugurazione. Oggi i lavoratori dello spettacolo scioperano contro i tagli al settore previsti dalla finanziaria. Saranno chiuse le sale da concerto, i cinema, i circhi, i teatri e i set. Un rapido giro di telefonate basta a verificare che, almeno a Milano e Roma, molte sale cinematografiche saranno regolarmente aperte (chiuso nella capitale il «Sacher» di Nanni Moretti). A dire il vero, molti esercenti ignoravano l’esistenza dello sciopero. In quanto ai teatri, il lunedì è l’abituale giorno di chiusura al pubblico, anche se verranno cancellate le prove. La mobilitazione, a quanto pare, non è stata galvanizzante.

I manifestanti chiedono il reintegro del contributo statale (Fus), attualmente di 288 milioni di euro; il ripristino delle agevolazioni fiscali; la legge dello spettacolo dal vivo e lo stop alla delocalizzazione delle produzioni cineaudiovisive. Un programma che coincide in larga misura con le intenzioni del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, il quale, alla vigilia della kermesse cinematografica romana, aveva annunciato di essere disposto a battersi per questi obiettivi. Tenendo conto, è ovvio, della crisi economica che richiede sacrifici a tutti. Qual è dunque il risultato ultimo della protesta? Delegittimare chi spende la sua influenza politica al fine di recuperare gli agognati fondi. Una assurdità che rivela la natura partigiana di questa e altre iniziative. Del resto nessuno scese in piazza quando a usare le forbici fu il governo Prodi. Eppure, a sentire i contestatori, specie se vip, la battaglia, non certo disinteressata, è condotta in nome della cultura. Le carte sono truccate, il dibattito soffre di un vizio d’origine inconciliabile con una società davvero libera. Se registi e attori dipendono dai finanziamenti erogati dalla politica, inevitabilmente difendono ideologia e interessi dei propri «benefattori». La lotta dunque è condotta in nome della cultura, sì. Ma di regime. Quello sinistrorso, che nega o concede risorse, ben radicato negli apparati burocratici dello Stato. Nessuno sottovaluta i problemi dei 250mila lavoratori dello spettacolo pronti allo sciopero. Non lo fa nemmeno il governo, come abbiamo detto. Guardiamo però in faccia la realtà: erogare fondi agli intellettuali non solo è discutibile in linea di principio ma anche difficile nella pratica. La borsa è stretta e il compito dello Stato, in momenti come questo, è badare al sodo. Per «sodo», si intende la tutela del colossale patrimonio affidato ad aree archeologiche, musei, biblioteche e archivi privati. In attesa di una auspicabile privatizzazione di alcuni di questi settori, il denaro a disposizione va indirizzato lì. O Pompei non ha insegnato nulla? Questo aspetto della polemica è stato toccato ieri dal ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta: «In questo Paese - ha detto mentre registrava la puntata odierna di Effetto Domino, in onda su La7 - sotto il termine “cultura” si è realizzato un grande imbroglio. Una cosa è la cultura, una cosa è lo spettacolo, una cosa sono le rappresentazioni: lo Stato finanzia i beni pubblici. Non necessariamente finanzia i beni privati. La cultura è un bene pubblico e va finanziato. Lo spettacolo no». E ancora: «In passato, sulla base di commissioni clientelari uno presentava un copione e riceveva un milione, due milioni a fondo perduto. Quando quei quattro di Liverpool hanno commercializzato le loro canzoni, quelle sono diventate cultura. E poi sono state tutelate». Lo spettacolo paga soprattutto l’incapacità di stare sul mercato. Senza arrivare ai Beatles, si può ricordare che non erano assistiti i grandi della lirica, i maestri del neorealismo e neppure quelli della commedia all’italiana. Il finanziamento pubblico non ha offerto analoghi risultati sul piano artistico e commerciale. In effetti, se in ultima analisi si risponde alla politica, perché mai curarsi del pubblico?