Il mondo naif di Mannarino

Basta sfiorarlo e deflagra come una mina, l’album d’esordio di Mannarino, romano, 30 anni. Speriamo che non lo snaturi il business, questo schizoide naif, funambolo del lessico e in più clownesco, desolato, divertito, feroce, cachinnante… praticamente non c’è aggettivo che non gli si attagli. Mannarino canta una Roma per niente imperiale, felliniana e pasoliniana, stracciona e gaudente. Col suo demi-monde di campi rom, pagliacci, picari, clochard, baraccati, carcerati, città dimenticate in fondo al mare e come epicentro il Bar della Rabbia di cui, ascoltando il disco, è impossibile non scoprirsi avventori: ricettacolo com’è di ribelli-imbelli, eretici, vagabondi assetati d’identità. I testi risplendono della stralunata interpretazione dell’autore-interprete e la musica guizza tra Balcani, gitani, Modugno, Gabriella Ferri e chissà che.