Il mondo nel sorriso dei bimbi

Barbara Silbe

Walter Porzio è il viaggiatore che tutti vorremmo essere. Uno zaino in spalla, una macchina fotografica al collo, per casa i suoi passi, per patria il mondo. Quando parte, è di quelli che stanno via a lungo. Accumula esperienze ed emozioni e vive dei reportage che realizza. Questo fotografo milanese, da carattere e dal pensiero spontanei, dalla cultura vivace, ha visitato più di 140 paesi, instancabilmente a caccia di fascino e contraddizioni, di gesti e sorrisi da riportare a casa impressi su una pellicola. Quelli più veri li ha colti nei bambini, dall’India alla Bolivia, da Sondrio a Marrakech, e li ha ora raccolti in un libro pieno di poesia dal titolo «Children», edizioni Touring club, collana Il Viaggiatore (215 pagine; euro 17,50; prefazione di Manuela Sferruzza).
Un’antologia di scatti non in posa e dedicati all’infanzia, dove si è privilegiato il tema penalizzando leggermente l’aspetto estetico delle immagini e della stampa, per scoprire che ovunque la vita moderna è sempre meno a misura di bambino. Ci sono monelli cubani o kenioti che fanno comunella in strada, bimbe già alle prese con faccende da grandi in Laos, in Messico o in Pakistan, fortunate ragazzine in bicicletta sull’islandese lago Mivatn o neonate in braccio alle mamme e alle nonne in qualche altro angolo del pianeta.
Gli sguardi che ci vengono incontro da queste pagine sono di gioia, non di compassione. L’autore afferma di aver volutamente escluso dalla pubblicazione del volume i ritratti più tristi e sconcertanti, non per dimenticare le ingiustizie e le privazioni che spesso i minori sono costretti a subire, ma nella speranza che proprio dall’energia positiva che dai più piccoli si sprigiona, scaturisca un maggior senso di responsabilità in chi osserva. Viviamo male, in Occidente: troppo veloci, troppo concentrati su noi stessi, troppo insensibili, fino a dimenticare che i bimbi sono il nostro futuro.
Sfogliando «Children» ritorniamo all’infanzia e a ciò che siamo stati, ristabiliamo un dialogo, comunichiamo davvero fermandoci a osservare i dettagli di un vestito, di un oggetto, di un cappello, guardando al di là del colore della pelle, come in uno di quei grandi viaggi che cambiano per sempre le persone.