Il mondo della notte perenne dai buchi neri al night club

Le tele di Rothko, le sale cinematografiche, la pece dell’ignoranza Un suggestivo saggio di Paolo Mauri

L’impossibilità fisiologica di fissare il sole (ma qualcuno insinua che si tratti di una bufala diffusa per scopi moraleggianti, che nessun oculista scrupoloso oserebbe sottoscrivere) ha qualcosa di irritante. È come se la natura imponesse all’uomo di «restare al suo posto», di non competere con gli dèi. Ben vengano dunque gli uomini che si vendicano del divieto; con il furto del fuoco, ma in modo ancora più frequente attraverso il deliberato fraintendimento del suo contrario: abitando cioè la notte e colorando la tenebra. La colonizzazione del buio, la trasformazione dell’Orco in luogo di villeggiatura costituisce l’essenza di un progresso che precede tutti gli illuminismi, e che sotto il nome di mito, di religione o di poesia scaccia o quantomeno rende mansueto il duplice spauracchio della morte e della realtà.
Buio di Fabio Mauri è un esempio di critica tematica volta a raccogliere le tracce delle infinite forme in cui si articolano le tenebre, dalla notte dei Sumeri al buio del cinematografo, dal nero delle tele di Rothko alla pece dell’ignoranza. Evitando di lasciarsi affatturare dal sublime del buio, tanto profondo quanto ineffabile; e nello stesso tempo sottraendosi al rischio opposto di calpestarlo, intessendo un dialogo meramente notarile con un tema che è invece tra i più suggestivi.
Grazie a dio - altrimenti chi avrebbe l’animo di addormentarsi? - il buio acconsente alle sue possibili domesticazioni e tutto il volume di Mauri potrebbe essere letto sotto questa prospettiva. Come certi organismi unicellulari di Calvino, il buio inclina allo scisma. C’è il buio buco nero, e c’è il buio matrice, le tenebre di Baudelaire che restituiscono esseri familiari ormai scomparsi da tempo. Accanto ad un buio opaco ed assorbente (il buio spaventoso che si spalanca oltre il tetto nel Galileo di Brecht, e che secoli dopo il cielo abbagliante di Paul Bowles avrà il compito di schermare) avremo dunque un buio metropolitano, da night club. Al buio cattivo, da cui tenersi alla larga, si oppone un buio buono, naturale. Non a caso Blanchot parlava delle due notti: quella abissale, che rompe le meningi al filosofo e spinge il mistico ad enumerarne le diverse gradazioni di nero, e quella che l’uomo agli altri ed a se stesso amico trova né più né meno che confortevole, riposante.
È, quest’ultima, una forma di buio della quale oggi pare non si possa fare a meno. Perché le luminose sorti progressive hanno assunto via via uno splendore metallico, inorganico, che mette a disagio. Il progresso, ormai, sembra riguardare solo l’utile, e l’utile di pochi. Ma ha bisogno di buio anche il privato cittadino che non sa districarsi tra la miriade di informazioni che lo avvolgono, o che più semplicemente vuole proteggere la sua privacy. «Giù la lanterna!» si gridava un tempo a Roma a chi, di notte, la sollevasse contro il passante.

Paolo Mauri, Buio (Einaudi, pagg. 113, euro 10).