Il mondo piange l’ultimo "Vincerò" di Luciano

In 50mila alle esequie dalla piazza Grande
di Modena. La Kabaiwanska e Bocelli hanno accompagnato il rito. Nel
Duomo politici e vip, in prima fila le sue donne <a href="/media.pic1?ID=239" target="_blank"><strong>(guarda le foto)</strong></a>. La figlia
Alice: &quot;Papà ti porterò con me nel mio cuore bambino&quot;. <a href="/a.pic1?ID=204713" target="_blank"><strong>Il Papa: &quot;Ha onorato il dono di Dio&quot;</strong></a>. <a href="/a.pic1?ID=204707" target="_blank"><strong><font color="#ff6600">Bono: &quot;Quel vulcano d'uomo&quot;</font></strong></a>. <strong><a href="/a.pic1?ID=204708" target="_blank">Il ricordo di Morandi e Zucchero</a></strong>

nostro inviato a Modena

Undici uomini portano a braccia, fuori dal Duomo, il suo feretro d’acero, ultimo atto di un funerale degno di un imperatore. Scattano sull’attenti i cadetti dell’Accademia militare di Modena, s’impettiscono i corazzieri, ai lati della corona di fiori del capo dello Stato. Fuori, appena fuori dalla funzione e da certe finzioni, l’applauso spontaneo del mondo. Il grazie dei cinquantamila di piazza Grande, sulle note di Vincerò. Le frecce tricolori, che illuminano il cielo sopra Modena avvolgono Luciano Pavarotti nella sua nuvola di sana e schietta beatitudine. In fondo che cosa mai potrà importare, d’ora in poi, a lui, della scia di veleni e polemiche, di rivalità e spartizioni che quel suo feretro d’acero ieri si è lasciato dietro, nel cammino verso la tomba di famiglia, nel cimiterino di Montale Rangone. A lui onirico e goloso, generoso e godereccio, felliniano come e forse più di Fellini, è bastato vedere tutte le donne della sua personalissima città delle donne, una accanto all’altra. Attorno alla sua bara. La sua prima moglie Adua Veroni, tailleur scuro, camicia bianca, doppio filo di perle. Ovvero trentasei anni di matrimonio spazzati via da un acuto del cuore di un marito inquieto. Le figlie Lorenza, Giuliana, Cristina che affidano ad una suorina la loro preghiera: «Ti ringraziamo Signore per avergli fatto dono di una voce capace di toccare le corde dell’anima...» ma che tengono in braccio Alice. Quella sorellina arrivata da papà Luciano e da un’altra donna, Nicoletta che, volente o nolente, ha diviso per sempre la famiglia Pavarotti. Alice del disegno scarabocchiato e lasciato accanto alle spoglie di un babbo che nemmeno ha fatto in tempo ad apprezzare. Alice della preghiera che l’arcivescovo Benito Cocchi legge in nome e per conto suo: «Papà, so che mi hai tanto amata e so che mi proteggerai sempre. Ti porterò con me nel mio cuore bambino». La sorella di Lucianone, Gabriella, con quegli occhi lucidi di lacrime che in questi giorni non ha mai smesso di versare. E lei, Nicoletta, l’ex segretaria tuttofare che, galeotto un travolgente bacio nelle acque delle Barbados, è diventata la nuova regina di una storia d’amore degna di un libretto d’opera. Nicoletta che, stretta nella sua camicetta di seta verde, singhiozza più e più volte, e chiede che il maestro venga ricordato «per la sua voce, per la sua voglia di vivere, per come ci ha insegnato ad amare e a onorare gli amici. Perché, ottimista per vocazione, ci ha insegnato a non giudicare mai». Parole che scendono come lame nel muro di ghiaccio, non uno sguardo, né un cenno di saluto, che separa, davanti all’altare del Duomo, lei e Adua. Le letture tratte dal Libro della Sapienza, il salmo 139 («Davanti agli Angeli a te voglio cantare»), la prima lettera ai Corinzi, il brano dal vangelo di San Giovanni, scelto dalla famiglia, in cui Gesù dice a Tommaso «Io sono la via, la verità e la vita». Ci pensa l’arcivescovo Cocchi nell’omelia, a riportare ordine nei pensieri e nei sussulti del cuore. «Il maestro - dice - era e resterà per sempre una bandiera per la nostra città. Alcuni anni fa nella cattedrale piena di fedeli - ricorda l’arcivescovo - due tenori eseguirono, commuovendo tutti il Panis Angelicus di Frank. I due tenori erano il maestro Luciano Pavarotti e suo padre». Momenti struggenti. Come struggenti sono stati ieri altri momenti che hanno scandito il rito. Gli omaggi musicali di alcuni dei suoi più cari amici, la soprano Raina Kabaiwanska che con l’Ave Maria dell’Otello di Verdi, ha introdotto la Messa. Andrea Bocelli, che ha interpretato l’Ave verum corpus di Mozart. Il flauto di Andrea Griminelli che ha sottolineato il momento dell’offertorio, con un brano dall’Orfeo ed Euridice di Gluck. Mentre dell’omaggio del mondo politico si è fatto carico Prodi. Che, se al suo ingresso nella cattedrale incassa una bordata di fischi poi, a conclusione del rito, pareggia il conto con gli applausi. «Alla famiglia, alle figlie e alla sua Modena a cui è rimasto sempre legato - ha detto il premier - non possiamo che dire grazie. Per avercelo dato e per averlo condiviso con tutti coloro che nel mondo amano l’arte, la cultura e la nostra Italia. Luciano Pavarotti ha fatto della musica uno strumento per la vita e contro la guerra è stato messaggero di pace nei luoghi dove è più intenso il dolore dell’umanità e il fatto che sia qui tra noi l’indimenticato segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan è il segno di quanto Pavarotti sia stato legato ai destini dell’umanità in tutta la sua vita. L’Italia che oggi è qui presente, è triste ed orgogliosa di lui». Sguscia tra la folla un’altra delle donne di Lucianone, la soprano Mirella Freni, sua «sorella di latte» come lui amava chiamarla. La voce è rotta dall’emozione: «Oggi non avrei potuto cantare per lui. Non si può cantare per una persona così vicina, per un amico così fraterno. Ho lo stomaco chiuso, un groppo alla gola. Non gli avrei fatto un bell’omaggio».