Il mondo ricopre di aiuti il Libano e continua a dare fiducia a Siniora

Sei miliardi di euro concessi da 50 Stati e organismi internazionali. Chirac insiste: prima di consegnarli Hezbollah disarmi

nostro inviato a Parigi

Qualcuno pensa che forse è proprio la pioggia d’oro che si sta per riversare sul Libano ad aver fatto riaprire il fuoco incrociato nel Paese dei cedri. Ma una cosa è chiara fin da ora: quei 6 miliardi di euro concessi ieri da 36 Paesi e 14 organismi internazionali per la ricostruzione possono finire solo nelle mani del premier Fuad Siniora, non di altri. E ancora, di qui al completamento della megadonazione, dovranno essere rigorosamente rispettati i principi dettati dalla risoluzione 1701 dell’Onu. Che prevedevano tra le altre cose la consegna delle armi da parte degli hezbollah e il divieto di acquisirne illegalmente di nuove.
Per Nasrallah e i suoi seguaci sciiti, ma anche per Damasco e Teheran, è quasi una sfida. Ma chi era a Parigi, a cominciare dal segretario della Lega Araba Amr Moussa e da quello dell’Onu Ban Ki Moon, non ha avuto nulla da ridire, così come sauditi, americani, giapponesi, tedeschi non hanno sollevato obiezioni. Anche Massimo D’Alema, che rappresentava il governo di Roma, alla fine si è piegato al disegno messo a punto da Jacques Chirac, che diffida di Damasco e delle sue mire sul Libano tramite le milizie di Nasrallah: ha evitato, il nostro ministro degli Esteri, di sostenere che si è deciso di fornire una cambiale tutt’altro che in bianco, ma ha dovuto ammettere che «gli impegni si sono assunti con Siniora. Se questi dovesse cadere ci sarebbe uno stop al meccanismo. Si tratta di un fatto oggettivo, non di una minaccia».
La riunione parigina del resto non sembrava ammettere deroghe a un pieno e convinto sostegno a Siniora e alla coalizione anti-siriana che è rimasta al governo a Beirut dopo la fuoriuscita dei ministri di Nasrallah, che ora chiedono le dimissioni dell’esecutivo. Un po’ perché Washington (rappresentata dalla Rice che oggi sarà a Bruxelles per impegni Nato e avrà un faccia a faccia con D’Alema), ma anche Londra e Parigi non l’avrebbero permesso; un po’ perché tra i Paesi arabi a maggioranza sunnita sta prendendo piede un forte risentimento contro Teheran e Damasco, accusate di fomentare odio contro di loro tanto in Libano che in Palestina. In questo quadro non ha un compito facile proprio Amr Moussa, incaricato di cercare una mediazione nella questione libanese. Anche perché sul terreno - come ha ricordato sempre D’Alema - resta il macigno del tribunale internazionale votato dall’Onu per giudicare gli assassini dell’ex-premier di Beirut Rafik Hariri (di cui Siniora era il ministro delle Finanze), del che gli hezbollah non vogliono neppure sentir parlare. Visto che gli indizi paiono dover portare a loro e, più su, a Damasco.
«Ma questa di Parigi - ha insistito Chirac, pigiando il pedale sulla necessaria attuazione di «tutte» le indicazioni contenute nella risoluzione 1701 - è un’opportunità unica e cruciale e gli avvenimenti di questi giorni ci impongono di avallare l’imperiosa necessità che lo Stato libanese affermi la sua piena autorità sull’insieme del suo territorio, come dev’essere per tutti gli Stati sovrani e indipendenti».
Una linea di condotta molto secca nei confronti di hezbollah, quella francese, accompagnata da inviti a Israele a non sorvolare più il territorio libanese e ad avviare un dialogo per le fattorie di Shebaa (altura sul confine tra Libano e Siria attualmente occupata dalle truppe di Gerusalemme), che ha trovato pieno consenso. Tanto che anche D’Alema, annunciando che il nostro Paese contribuirà con 120 milioni di euro alla ricostruzione (55 in dono, gli altri 65 con crediti agevolati, senza contare i 200 milioni spesi nel 2006 per la nostra missione militare e i 400 in previsione in questo 2007) ha difeso a sua volta «la coraggiosa leadership di Siniora», buttandosi a quanto pare alle spalle le ipotesi di dialogo con Damasco su cui tanto lui quanto, soprattutto, Prodi avevano insistito fino a qualche mese fa. Fino a meritarsi un pubblico riconoscimento da Chirac per la generosità «mostrata dall’Italia».
Dei 6 miliardi di euro stanziati ieri a Parigi, la fetta più grossa viene dall’Arabia Saudita (770 milioni di euro); seguono la Banca Mondiale guidata da Wolfowitz (760), gli Usa (592), Ue e Francia (500 a testa), Emirati Arabi Uniti (228), la Banca di Sviluppo Islamica (192), l’Italia (120), la Germania (103). Meno impegnati la Gran Bretagna (37) e il Giappone (8).