Il mondo senza frontiere? Un’utopia dannosa

«Un’idiozia incanta l’Occidente: l’umanità va male, senza frontiere andrà meglio. Il Dizionario dei luoghi comuni (ultima edizione) aggiunge del resto che la democrazia porta dritti a un mondo senza dentro e senza fuori».
Quasi sempre il valore di un libro si scorge dall’incipit. Vale anche per l’Eloge des frontières di Régis Debray (Gallimard, pagg. 96, euro 7,90), superba invettiva contro gli eurocrati e gli aspiranti apolidi, che non hanno davanti stavolta strepiti di un leghista, ma argomenti di un saggista. E questo pone in difficoltà la loro cultura di commercialisti, convinti di rimodellare in mondo in base a tassi di crescita, che ora sono - per fortuna, in un certo senso - solo tassi di decrescita.
Debray unisce infatti il meglio del marxismo al meglio del gollismo, le rare scuole di pensiero politico a meritare rispetto. Che si vada verso un mondo di pochi ricchissimi e molti poverissimi è ben più vero che vent’anni fa, quando cadeva il Muro; che l’Europa senza le frontiere faccia rimpiangere quella con le frontiere, è altrettanto palese. Marx e de Gaulle hanno avuto ragione, solo l’hanno avuta in ritardo sulla pazienza dei loro seguaci. Così siamo nella confusione, oltre che nella depressione. Ma, anche in questo caso, tempo al tempo. L’ordine non nasce dalle buone intenzioni, nasce dall’eccesso di disordine.
In poche pagine d’alta letteratura l’Eloge des frontières liquida decenni di utopie a mezzo stampa, principalmente quelle che hanno sommerso la Francia dalla fine dell’epoca di Mitterrand, che gollista era nei fatti, cioè quando il potere passò a Chirac, che gollista era solo per etichetta.
Ma ogni battuta, ogni sferzata di Debray si applica anche agli altri Paesi europei, così non ci sono frontiere per questo elogio delle medesime.
Nella bella lingua che procede snella fra allusioni e riferimenti, giochi di parole e profondità di intuizione, Debray si oppone al bla-bla che ha trovato sempre più albergo a Bruxelles come a Strasburgo. Ma il male è più esteso: quale capo di governo o di Stato potrebbe permettersi di dire ciò che pensa sull’euro, sul trattati di Maastricht e Schengen, senza doversi dimettere?
L’anti-nicciano Debray è forse inattuale come lo è stato Nietzsche? Nemmeno lui, forse, crede che vedrà l’esito delle sue parole, nate come discorso a Tokio, nello scorso marzo, e poi riversate nel libro. Da tempo, Debray vaga per Orienti, vicino o estremo, in cerca d’una modernità tradizionale. Per dar corpo a questo ossimoro - incarnato un tempo dalla Germania imperiale, nemica della sua Francia repubblicana -, il Giappone era perfetto per fargli sperare che, almeno lì, qualcuno viva e lotti insieme a lui.