Il mondo si divide in due davanti ai muscoli di Putin

I leader dei Paesi occidentali disertano in massa la parata della vittoria sulla Piazza Rossa: in prima fila il cinese Xi

di Neppure ai tempi dell'Unione Sovietica si era vista una scenografia maestosa e una parata colossale come quella di ieri sulla Piazza Rossa. Le celebrazioni del settantesimo anniversario della vittoria sul nazismo hanno fatto da cornice alla dimostrazione di forza di Vladimir Putin: 194 mezzi corazzati, 143 aerei ed elicotteri e 17mila soldati hanno fatto da vetrina alle nuove armi dell'industria militare russa. Unico neo la grande assenza dei leader occidentali, che per la prima volta hanno mandato ministri e ambasciatori a rappresentarli. Un chiaro segnale, anche se di facciata, per mantenere le distanze con Mosca sulla crisi ucraina. La cancelliera Angela Merkel, però, pur non partecipando alle celebrazioni arriverà oggi nella capitale russa per partecipare a un'altra cerimonia assieme a Putin. Al tentativo di isolamento, il presidente russo ha replicato ricordando come «l'Europa illuminata aveva sottovalutato il pericolo del nazismo» e come oggi ritorni «la mentalità dei blocchi contrapposti che mettono a rischio gli equilibri mondiali», senza risparmiare frecciate a Washington sulla sua visione di «mondo monopolare». D'altronde lo avevamo già sottolineato in passato: le sanzioni contro la Russia hanno sì creato alcuni grattacapi a Putin, anche se inferiori a quelli di molti Paesi occidentali, ma hanno sortito anche delle conseguenze poco gradite nello scacchiere euroasiatico. Allontanando la Russia dall'Europa, Washington ha spinto Mosca a riabbracciare la Cina. Non a caso, alla parata sulla Piazza Rossa l'ospite d'onore è stato proprio il presidente cinese Xi Jinping, il quale ha deciso di onorare Putin con una visita di ben tre giorni. Il leader di Pechino, infatti, ne approfitterà per trattare con il Cremlino i prezzi sul gas e sulle forniture di armi, diventandone uno dei principali partner commerciali e soppiantando i Paesi occidentali.

Se l'obiettivo dell'America era ricalcare la dottrina Brzezinski, i risultati appaiono deludenti. Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale sotto la presidenza Carter, propugnava il controllo dell'Eurasia attraverso il collasso della Russia. E questo poteva avvenire, tra le altre cose, privandola della collaborazione degli ex Paesi satelliti e impedendole l'ingresso nel Mediterraneo. «ll controllo della zona centrale dell'Eurasia significa dominare due delle tre regioni più avanzate e produttive del mondo - scriveva Brzezinski -. Ciò comporterebbe l'immediata subordinazione dell'Africa e renderebbe Occidente e Oceania periferici». L'obiettivo reale e neppure celato degli Stati Uniti è quindi di azzerare il secolare stato di grande potenza egemone tra Europa e Asia della Russia. Gli impegni solenni del presidente George Bush Senior con Mikhail Gorbacev nel 1991, di non allargare la Nato e l'Ue a est, sono stati disattesi e oggi quasi tutti i Paesi europei dell'ex Patto di Varsavia sono membri dell'Alleanza atlantica. L'ultimo colpo americano in Ucraina però, non è andato a segno. Il tentativo di privare Mosca, togliendole la Crimea, di avere accesso al Mar Nero è stato rintuzzato immediatamente dal Cremlino, consapevole del significato strategico di tale minaccia. La dottrina Brzezinski non pare dia grandi risultati, anche se sembra molto cara al presidente Barack Obama, il quale nel 2008 aveva pubblicamente celebrato l'ex consigliere della Casa Bianca, membro della Trilaterale, per i servigi resi agli Stati Uniti. Quindi la partita ucraina è solo un piccolo tassello nel grande gioco della supremazia. Forse tornare allo spirito degli accordi tra Bush e Gorbacev potrebbe mettere fine alla nuova guerra fredda. Ma, a differenza delle passate leadership repubblicane, i democratici americani non appaiono lungimiranti. La soluzione perciò è lontana. Come il sogno di un nuovo ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti.