Il mondo di Springsteen: «Lo cambierò con il folk»

Paolo Giordano

nostro inviato a Bologna

Ma guardatelo, la chitarra gli tocca il mento, la T-shirt penzola fuori dai pantaloni come a uno scugnizzo di Broccolino e la band suona American Land neppure fosse al Madison Square Garden di New York. Ma niente boati. Dice, il Boss: «Sono ritornato alle radici del mondo» e sotto sotto spera di cambiarne anche i germogli. Sta provando i suoni del suo primo concerto italiano qui al Palamalaguti di Bologna, silenzio in sala e bentornato, Mr Springsteen: stavolta non c’è il graffio del rock, anzi, il banjo è più ridanciano della chitarra, i fiati scendono fin nella pancia e che violino, signori, sembra il suono del deserto al tramonto. Il Boss è un altro, è persino abbronzato perché «ho fatto le vacanze con la mia famiglia», prima ha sussurrato qualche parola alla moglie Patti (quindi addio alle indiscrezioni sul divorzio messe in giro dal New York Post) e nel sorriso soddisfatto conserva la luce di chi si sente a casa.
«La gente ha sempre bisogno di trovatori, di cantastorie», dice e si capisce che lui è l’ultimo grande americano a raccontare senza peli sulla lingua quello che gli passa davanti agli occhi e dentro il cuore. Così qui si sbottona la camicia marrone (quante collanine) e spiega che «non voglio imporre alla gente che cosa deve pensare. Mi limito a dire il mio punto di vista, a parlare delle cose che hanno reso grande l’America e dove abbiamo sbagliato». Forse per questo, perché il rock riesce ad essere solo didascalico oppure propagandista, lui ha scoperto di dover parlare, oggi a 57 anni, la lingua del folk, quella che, prima di finire in manicomio, Woody Guthrie portava a spasso per i disperati, che John Steinbeck scriveva nelle sue notti di whisky e che è stata la colonna sonora di tutti i malumori sociali del Novecento da Los Angeles a Washington. E allora ha inciso, Springsteen, The Seeger Sessions – We shall overcome mettendo la sua voce ai brani che Pete Seeger cantò sui piccoli palchi di provincia, agli operai, ai disoccupati, a Martin Luther King. Poi ha mandato in vacanza la E Street Band («Ma sto ancora scrivendo brani per loro») e si è cercato una band «sperimentale» che avesse ancora nel sangue lo stupore, la voglia di comunicare.
Dopotutto, Springsteen ha sostenuto il cammino perdente del democratico John Kerry accorgendosi che «i repubblicani di Bush avevano storie più belle da raccontare, sia parlando di affetti che di paure». E allora lui è andato a recuperare le memorie degli italiani, degli irlandesi, di tutti quei meticci, messicani, afroamericani «che negli States devono combattere per affermarsi in una lotta che è sempre uguale». E allora quando sul palco, qui nella quiete entusiasta delle prove, inizia a cantare American land si capisce perché lui la definisce «immigrant song», una canzone per immigrati, e perché oggi vale proprio come un secolo fa. «Questa è musica che mescola presente, passato e futuro» dice lui con gli accenti radiosi di chi crede, e ci crede davvero, che «we shall overcome», alla fine vinceremo.
Lunga e dolorosa metamorfosi, la sua. È stato il rockettaro nato nei lounge del New Jersey alla ricerca della terra promessa sui sentieri di un sogno americano creato però a Hollywood e magari passato in vacanza a Las Vegas. Ora che è un colosso mondiale, ha riscoperto la provincia, le storie di Jesse James o di John Henry che sono poi le storie di tutti quelli che si sono rimboccati le maniche per arrivare ad essere uguali agli altri. E ci è arrivato al momento giusto, con le stimmate di chi ha l’esperienza disillusa del successo e della sensibilità. Infatti qui, in un qualunque pomeriggio bolognese (prima delle date a Torino stasera, poi Udine il 4, Verona il 5, Perugia il 7, Caserta l’8 e il 10 a Roma) Bruce Springsteen spiega che «questa è un’esperienza che mi sta dando tanta gioia e che sicuramente rifarò. Quando torni alle origini del folk trovi le radici del mondo, l’origine di quelle tremende storie che il popolo riesce a cantare con suoni che sono sorprendentemente gioiosi e vitali». E quando lo dice, Springsteen si illumina, le catenine al collo ciondolano più veloci e sembra di nuovo quello di Atsbury Park, trent’anni fa o giù di lì, con le cicatrici di chi voleva cambiare il mondo, non c’è riuscito e ora cambia solo il modo, più gioioso e vitale e forse è davvero la volta buona.
Paolo Giordano