Il mondo della vela in alto mare: otto su dieci senza lavoro

Con la Coppa America ferma in tribunale, sindacati nel panico: "Una soluzione prima del 2010, altrimenti il collasso"

Auckland - La Coppa America è ferma nelle aule del tribunale di New York e nel frattempo i velisti che hanno sempre vissuto del massimo evento velico sono in una sorta di cassa integrazione: corrono regate da ingaggi giornalieri o non corrono affatto, aspettando uno stipendio importante. Fatto sta, circa l'80 per cento è, come dire, quasi a spasso.

Le notizie al momento non sono buone: i tycoon Ernesto Bertarelli e Larry Ellison aspetteranno la sentenza senza arrivare a un accordo, anzi sono pronti a prendere altre iniziative, ad aggrapparsi ad altri cavilli. Una situazione che paralizza un mondo che bene o male quando è a pieno regime dà lavoro a un sacco di gente. Dice Patrizio Bertelli, che sta partecipando alla Louis Vuitton Pacific Series con una Luna Rossa non all'altezza della sua fama: «Hanno bloccato un treno in corsa, manca lavoro non solo per i velisti ma per centinaia di persone che lavorano nei team, e che sono dietro la barca, come i progettisti e tanti altri».

Del resto si fa presto a fare i conti: un sindacato di Coppa ha in media una trentina di velisti più una sessantina di persone che li mettono in grado di correre ogni giorno. Alla Coppa partecipano una decina di sindacati: fate i conti. Poi ci sono giudici, fotografi, giornalisti, produttori di elettronica, accessori, vele. Il mondo della Coppa non è affatto piccolo, c'è lavoro per tanti, si arriva a duemila persone molto facilmente.

Racconta sir Keith Mills che, oltre ad essere patron di Team Origin, il sindacato inglese, è anche coinvolto nella organizzazione delle Olimpiadi di Londra: «Siamo in una situazione di attesa, se la prossima Coppa sarà nel 2010 possiamo sperare, noi e altri sindacati di media grandezza, di resistere e raccogliere gli sponsor che ci servono. Nel 2011 sarà già difficile e alcuni dovranno cedere». Ci sono anche effetti non proprio sportivi in questa necessità di lavorare di molti velisti a caccia d'ingaggi. Per alcuni è necessario tenere in piedi il giocattolo a qualsiasi costo, anche a quello di non realizzare una squadra del tutto vincente: lo sarà a parole, ma non nei fatti. È un fenomeno che tiene vivi anche altri sport, come la Formula Uno dove i team della seconda fila servono comunque a creare indotto ed esperienza. Quello della Coppa è l'unico circuito della vela organico che offre guadagni «veri», per il resto si precipita nel mondo dei divertimenti e dove un velista professionista può campare anche bene, ma mai essere noto o raggiungere fama e villa sul mare.

Quanto guadagna un velista? Uno skipper di buona fama può portare a casa per tutta la campagna, cioè tre anni di lavoro, tre, quattro milioni di euro. Ci sono eccezioni come quella dello skipper neozelandese Russell Coutts che arriva al raddoppio e forse più con coinvolgimenti che vanno oltre il ruolo a bordo. Gli altri stipendi pesanti sono pochi, subito oltre ci si colloca in una fascia da 300mila euro anno se va bene: cifra modesta se paragonata agli ingaggi di altri sport, per chi fa una vita attiva e allenamenti quotidiani. La crisi economica ovviamente amplifica gli effetti della sosta forzata per i problemi legali. I sindacati fino a quando non possono offrire agli sponsor un evento definito sono fermi nella loro raccolta di denaro. Ci provano, si affacciano.

Dei dieci partecipanti alle regate di Auckland in fondo solo Alinghi, Bmw Oracle e Team New Zealand hanno la ferma intenzione di essere presenti alla prossima Coppa, per gli altri, compresa Luna Rossa, la missione è esplorativa: con mezzo milione di euro era possibile partecipare. Ci sono skipper che per restare visibili al massimo livello ci hanno messo soldi personali: operazione coraggiosa che li rende liberi di essere loro a gestire il sindacato e tutto sommato lasciare per strada meno denaro ai faccendieri.