Aimen Dean, da jihadista a spia dei servizi inglesi

Per quattro anni, Aimen Dean ha combattuto con Al Qaeda, ha assistito alla preparazione di diversi attentati. Poi il pentimento e la collaborazione con i servizi. Ora racconta tutto Sostieni il reportage

Dalla jihad ai servizi di intelligence. Questa è la storia di Aimen Dean (è un nome finto) un fedelissimo di Al Qaida che ha deciso di mollare la guerra santa e il terrorismo per collaborare con i servizi segreti britannici. A raccontare la sua storia è la Bbc. Dean parla della sua prima esperienza di jihad in difesa dei musulmani bosniaci, dell’incontro con Osama bin Laden, dei primi dubbi sulla sua appartenenza ad al Qaida e poi del suo lavoro all’MI6, i servizi segreti britannici. La sua vita da spia è finita otto anni fa, quando uno scrittore americano ha rivelato troppi dettagli sul suo conto.

Dean ha passato la sua infanzia e parte della sua adolescenza in Arabia Saudita. Nel 1979 l’Unione Sovietica aveva invaso l’Afghanistan e molti musulmani erano andati nel paese a combattere come mujaheddin unendosi a un movimento di resistenza finanziato, tra gli altri, dagli Stati Uniti. All’inizio degli anni Novanta, Dean aveva cominciato a seguire anche gli eventi in Jugoslavia, in particolare la difficile situazione dei bosniaci musulmani minacciati dal nazionalismo serbo. Dean decise di andare a combattere in Bosnia. Lì è stato addestrato per combattere. "È stata l’esperienza che più mi ha fatto aprire gli occhi in tutta la mia vita. Ero un nerd serioso dell’Arabia Saudita fino a poche settimane prima e improvvisamente mi trovavo sulle montagne della Bosnia con un fucile AK-47 e un immenso senso di potere. Avevo la sensazione che stavo scrivendo la storia, invece che limitarmi a guardarla". Dopo l'esperienza bosniaca arriva il momento di entrare in Al Qaeda.

“Fu facile trasformare i mujaheddin in jihadisti”. Dean ha raccontato che la Bosnia fu una scuola per i futuri leader di al Qaida: tra questi c’era anche il pakistano Khalid Sheikh Mohammed, che sarebbe poi diventato noto per avere architettato gli attentati dell’11 settembre 2001 a New York. "Fui invitato a Kandahar per prestare giuramento, e come tutti quelli che prestavano giuramento a Osama bin Laden l’ho incontrato faccia a faccia. Lui disse che sarebbero venuti molti, molti anni di difficoltà e disagi e che la causa del jihad non era iniziata né sarebbe finita con lui. Non c’è un unico processo di “radicalizzazione”, dice Dean. "Alcuni impiegano anni a convincersi di voler combattere la guerra santa, altri pochi minuti. Alcuni arrivano dopo avere frequentato seminari religiosi, altri sono appena usciti da un night club". Poi arrivano i primi dubbi su Al Qaeda e soprattutto sulla jihad. Dean vacilla dopo gli attentati del 1998 alle ambasciate americane di Nairobi, in Kenya, e Dar es Salaam, in Tanzania, che uccisero oltre 240 persone e ne ferirono altre 5mila.

"Come teologo, è da quel momento che ho cominciato ad avere dei dubbi e a fare domande. Ricordo che andai da Abdullah al Mohaja, che di fatto era il muftì di al Qaida, e gli dissi: “Non è che ho dei dubbi o cose del genere, ma potresti spiegarmi quale sarebbe la giustificazione religiosa per attaccare un’ambasciata? Che sì è del nemico, ma allo stesso tempo è circondata da moltissime altre persone che potrebbero morire nell’attacco”. Lui mi disse, beh, c’è una fatwa risalente al Tredicesimo secolo a.C. che vale per tutto il mondo musulmano, che legittima l’attacco al nemico anche se questo significa dei morti civili che sono stati usati dal nemico come scudi umani" .

Dean era stato un jihadista per quattro anni, ma quando cominciò ad avere dei dubbi dopo gli attentati del 1998 disse che doveva tornare nel Golfo per ricevere delle cure mediche. In quel momento “finì nelle mani dell’MI6”, i servizi segreti britannici. Il 16 dicembre dello stesso anno Dean arrivò a Londra e subì un processo di “debriefing”, cioè raccontò tutto quello che sapeva di al Qaida e dei suoi leader. Poi gli fu proposto di tornare in Afghanistan e lavorare come spia: lui accettò, nonostante le difficoltà morali – a quel punto – di dover assistere alla pianificazione di attacchi terroristici. Dean cominciò a fare avanti e indietro tra Regno Unito e Afghanistan, lavorando per l’MI6. Nel frattempo faceva credere ad al Qaida di essere ancora un jihadista.

Dean dice che grazie al suo lavoro i servizi britannici sono stati in grado di evitare alcuni attentati contro i civili. Dean ha raccontato anche di un attacco chimico che al Qaida stava progettando alla metropolitana di New York e che fu annullato su ordine di Ayman al Zawahiri, allora numero due di al Qaida: C’era una cellula che disse a Zawahiri, “siamo in possesso di quest’arma, sappiamo come usarla e sappiamo come trasportarla e abbiamo individuato un obiettivo. È la metropolitana di New York, perché crediamo che il sistema della metropolitana, con il suo meccanismo di ventilazione, potrebbe essere un veicolo perfetto per diffondere il gas”. E fu qui che Zawahiri disse, “no, non fatelo, perché la ritorsione potrebbe essere troppo violenta”.

Commenti
Ritratto di Runasimi

Runasimi

Ven, 06/03/2015 - 23:21

Non mi interessano le memorie di un assassino. Anche se si è pentito rimane un maledetto assassino che ha sostenuto la follia islamica e militato attivamente con la feccia del mondo.

Ritratto di Praetor

Praetor

Sab, 07/03/2015 - 08:19

Non sono d'accordo. Poco mi interessa l'effettività morale del pentimento di quest'uomo, molto invece mi interessa il valore, in termini di intelligence ed il numero di attentati sventati grazie alle informazioni che, rischiando la propria vita (va detto), quest'uomo ha procurato. Quanto al male che ha causato prima di "pentirsi", se la vedrà con la propria coscienza (ora) e con Dio (dopo).