Ankara sceglie il doppio gioco

«I Turchi? Hanno fornito centinaia di milioni di dollari e decine di migliaia di tonnellate di materiale bellico a chiunque accettasse di combattere contro Assad. Purtroppo, buona parte è finita nella mani dei jihadisti, e in particolare di Al Nusra, l'organizzazione della resistenza siriana legata ad Al Qaeda». Ad Ankara, queste parole del vicepresidente americano Biden hanno fatto l'effetto di una bomba. Il presidente Erdogan lo ha attaccato furiosamente, e il vicepresidente gli ha fatto delle mezze scuse, pur ribadendo il concetto. Ma l'isterica reazione del «nuovo Sultano» ha solo rafforzato il sospetto che, nella complessa partita che si è aperta in Mesopotamia, Ankara stia giocando un ruolo molto ambiguo: è un membro affidabile della coalizione anti-Califfato o sta usando gli jihadisti contro i Curdi siriani del Pyd, stretti alleati dei Curdi turchi del Pkk contro cui sta lottando da trent'anni?

Chi sospetta Erdogan di doppio gioco trova conforto nella situazione che è venuta a crearsi a Kobane, una delle tre enclavi curde al confine della Turchia, da tre settimane sotto attacco da parte dell'Isis e ora, si teme, sul punto di cadere. Appena al di là della frontiera, era stata schierata una divisione corazzata turca - poi ritirata su posizioni meno avanzate - con luce verde per operare in Siria. Se avessero voluto, i turchi non avrebbero avuto difficoltà, con l'appoggio aereo - peraltro stranamente sporadico - della coalizione arabo-occidentale, a spezzare l'assedio ed evitare quello che, se la città cadesse davvero nelle mani dei fanatici del Califfato, si tradurrebbe in una strage paragonabile a quella degli Yazidi. Invece, non si sono mossi: un comportamento paragonabile a quello dell'Armata rossa che nell'agosto del '44 si fermò per due mesi sulle rive orientali della Vistola mentre i tedeschi soffocavano nel sangue l'insurrezione dei nazionalisti polacchi a Varsavia.

Una cosa è certa: i Curdi, un popolo di 30 milioni divisi tra Turchia, Iraq, Siria e Iran che da un secolo cerca di dare vita a una propria nazione, hanno finito col trovarsi al centro di questo conflitto pieno di contraddizioni. Gli Usa e il governo di Bagdad hanno usato i Curdi iracheni, che sono in controllo del nord-est del Paese e dispongono di valorosi combattenti, per fermare in extremis l'avanzata dell'Isis dopo la conquista di Mosul. Ora, tuttavia, temono che vogliano approfittare della situazione per impadronirsi dei campi petroliferi intorno a Kirkuk e proclamare l'indipendenza. I Curdi siriani hanno cercato a loro volta di costituire una propria regione autonoma, stringendo un tacito patto di non belligeranza con il regime di Assad e cercando nel contempo di tenere fuori i movimenti islamisti dai propri territori. In questo, sono stati aiutati dai loro connazionali turchi del Pkk, accorsi a migliaia per difendere Kobane. Ma questo ha indotto la Turchia, che pure ha lasciato passare migliaia di jihadisti europei ed americani che volevano unirsi all'Isis, a chiudere loro la frontiera. C'è il sospetto che questo facesse parte dell'accordo segreto che ha portato Ankara a liberare ben 180 guerriglieri jihadisti in cambio del rilascio dei 46 dipendenti del suo consolato catturati a Mosul.

Forse per rintuzzare le accuse di parteggiare per il Califfato in funzione anticurda, la Turchia ha autorizzato gli americani ad usare la base aerea di Inçirlik, accolto oltre centomila profughi da Kobane e accettato di curare un certo numero di combattenti curdi feriti nei propri ospedali. Tuttavia, l'ostilità verso il Pkk, che con la sua insurrezione indipendentista ha provocato nel corso degli anni oltre cinquantamila morti, e verso l'ex amico Assad che ora Erdogan vuole ad ogni costo liquidare, sembrano ancora prevalere sulla paura dell'Isis, al punto da lasciare a quest'ultima mano libera a Kobane. Conlusione: difficilmente la coalizione potrà contare sulla principale potenza militare della regione, una volta considerata una colonna della Nato.