Iraq, il califfato ha 4mila ostaggi. Obama: "Evitare il genocidio"

L'Isis minaccia di giustiziare i profughi. Il presidente Usa difende l'intervento ma aggiunge: serve un governo affidabile a Bagdad

I raid degli Usa hanno bombardato il quartier generale dei miliziani dello Stato islamico nell'area di Khazar, tra Mosul ed Erbil, distruggendo armi, uccidendo 20 jihadisti e ferendone una cinquantina.

Ma nella conferenza stampa di ieri Barack Obama non si è limitato a rendere noti i primi risultati dell'azione militare in Iraq. Anche se ha risposto che «non c'è un programma» a chi gli chiedeva dei tempi della missione, il presidente americano continua a sottolineare che «la soluzione non potrà essere militare». Il punto vero, di lungo periodo, è politico: l'Iraq necessita di un «governo legittimato», accettato anche dai sunniti, che esprima tutte le anime del Paese. Finora il nuovo governo si è invece rivelato poco stabile e non è riuscito ad acquisire un effettivo controllo sul territorio. Si può battere il Califfato «solo se sul terreno abbiamo partner in grado di colmare un vuoto - ha continuato Obama -, la minoranza sunnita rifiuterà i terroristi solo se si sentirà parte di un nuovo esecutivo».

Nel frattempo, però, l'intervento Usa era necessario per «scongiurare il genocidio». La situazione dei civili sotto assedio nella zona del monte Sinjar, ai quali Usa, Francia e Inghilterra stanno fornendo aiuti umanitari, è tragica. Centinaia di cristiani e yazidi sono allo stremo. Ieri l'unica parlamentare irachena yazidi, Vian Dakhil, in un accorato appello ha spiegato che «restano uno o due giorni» per sottrarre questa comunità alle persecuzioni dello Stato islamico. Una corsa contro il tempo per salvarli da fame, sete e violenze, mentre l'avanzata dei combattenti jihadisti prosegue, nel nord del Paese, più rapida del previsto, come ha ammesso lo stesso Obama ieri.

I miliziani dello Stato islamico minacciano di sterminare 4mila yazidi che vivono in due villaggi a sud di Sinjar se questi non si convertiranno all'Islam, mentre una donna di 40 anni è stata assassinata a colpi d'arma da fuoco nella sua casa, nel villaggio di Al-Zab a sud ovest di Kirkuk, perché, raccontano alcuni testimoni, aveva «imprecato» contro gli uomini dell'Is e tentato di convincere i commercianti del mercato locale a non vendere le proprie merci ai terroristi.

Ieri anche una giornalista curda, Deniz Firat, è rimasta uccisa in un attacco jihadista contro il campo profughi di Makhmur, a 280 chilometri da Baghdad.

I peshmerga, l'esercito della regione del Kurdistan, sta resistendo strenuamente: anche molti civili si sono arruolati volontariamente, ma molti sono disarmati. Si alzano barriere per impedire l'avanzata dei terroristi, si cerca di radunare acqua e cibo. Da inizio giugno 150 combattenti curdi sono stati uccisi, più di 500 feriti.

L'Is continua a usare toni minacciosi: uno dei suoi portavoce, Abu Mosa, ha accusato il governo turco di aver ridotto, alla diga Ataturk, il flusso del fiume Eufrate che poi attraversa la zona attorno a Raqqa, proclamata dai miliziani «capitale dello Stato islamico». Mosa, citato dalla stampa di Ankara, ha fatto sapere che «se il governo apostata turco non riconsidera immediatamente questa decisione, procederemo alla liberazione di Istanbul».

Il presidente Obama ha dichiarato che non chiuderà né l'ambasciata né il consolato in Iraq, intanto il Consiglio di Sicurezza dell'Onu sta mettendo a punto una risoluzione. La bozza, preparata dalla Gran Bretagna, prevede il blocco dei finanziamenti che Is riceve dall'estero, con sanzioni contro chi recluta uomini o fornisce aiuti. Il testo potrebbe essere votato la prossima settimana. Un tempo probabilmente troppo lungo.