Cina, ricercatrice australiana denuncia: "Via i paper scientifici sui trapianti, nessun controllo sugli espianti forzati"

Per anni, Pechino potrebbe aver ovviato alla mancanza di organi disponibili per i trapianti espiantando, senza consenso, quelli di detenuti o giustiziati. Wendy Rogers, docente di etica clinica, adesso chiede chiarezza: "Il silenzio del mondo su questo problema barbarico deve finire"

Per anni, potrebbero aver sopperito alla domanda di organi con espianti "forzati" su prigionieri di coscienza. Il che, se fosse accertato, potrebbe costituire una violazione degli standard etici internazionali e renderebbe "complice" anche la comunità scientifica.

Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, uno studio realizzato da Wendy Rogers, docente di etica clinica a Sydney, pubblicato mercoledì scorso sulla rivista medica BMJ Open, oltre 400 paper scientifici sul trapianto di organi in Cina potrebbero aver violato il codice etico, che impone una verifica della volontarietà delle donazioni.

Una pratica che esiste da tempo

Ma la questione legata all'espianto volontario di organi costituisce, da sempre, per Pechino, un problema concreto. Per motivi di carattere religioso e culturale, la pratica della donazione sarebbe piuttosto rara. E, per colmare questa mancanza, gli organi provenienti dai detenuti giustiziati avrebbero ovviato, per anni, a circa due terzi delle operazioni.

Nessuna regolamentazione

La pratica, in Cina, sarebbe stata ufficialmente bandita quattro anni fa, nel 2015. Ma non esiste ancora nessuna legge o regolamento che permetta di eliminarla completamente. Secondo un rapporto pubblicato nel 2016, esiste una notevole discrepanza tra le cifre ufficiali dei trapianti, rilasciate dal governo cinese, e i dati ospedalieri. Dieci mila l'anno per il governo cinese, tra i 60 e i 100mila per gli operatori sanitari. Un divario che gli esperti attribuirebbero all'impiego di prigionieri di coscienza.

Le conferme

Nel febbraio 2017, invitato a dalla Pontificia Accademia delle Scienze a partecipare al summit contro il traffico di organi, l'ex ministro della Sanità, Huang Jiefu, oggi a capo della Commissione per la Donazione degli Organi cinese, ha ammesso che la vastità della popolazione cinese è tale da motivare una parziale violazione dei divieti. Nello stesso anno, poi, il parlamento europeo avrebbe riportato "notizie credibili" di espianti praticati senza consenso su carcerati, prevalentemente membri della Falun Gong, ma anche uiguri, tibetani e cristiani. Nuove prove potrebbero arrivare la prossima primavera, quando l'Independent Tribunal Into Forced Organ Harvesting from Prisoners Of Conscience in China renderà pubblico l'esito delle indagini condotte sulla base di 30 testimonianze.

La denuncia della scienziata

Secondo la professoressa Rogers, il 99% delle oltre 400 ricerce sui trapianti, in Cina, pubblicate in inglese tra il 2000 e il 2017 sarebbero state condotte senza verificare la provenienza degli organi. Secondo la scienziata di Sydney, a dover rispondere dovrebbe essere anche il Journal of American Transplantation e la rivista ufficiale della The Transplantation Society (TTS), colpevoli, secondo lei, di aver ripreso documenti discutibili, malgrado l'intergrità etica. Nel 2017, la rivista medica Liver International era stata costretta a ritirare uno studio scientifico realizzato da alcuni medici cinesi su 564 trapianti di fegato a causa dell'evidente discrepanza con il numero dei donatori volontari nei quattro anni di ricerca.

L'appello della docente

Il silenzio del mondo su questo problema barbarico deve finire”, afferma Rogers, invitando il settore della ricerca a pretendere maggiore trasparenza da parte delle autorità cinesi. E aggiunge: "Chiediamo la ritrattazione immediata di tutti i documenti basati sull'uso di organi espiantati da prigionieri giustiziati".