Dall’Ulisse della tv alle pop star coreaneIl suicidio maledizione degli artisti

Cos’hanno in comune Cesare Pavese e Marilyn Monroe, Jim Morrison e Mario Monecelli? Un gesto estremo e oscuro, a volte compiuta con tragica creatività. Ma che a volte può riservare dei colpi di scena. All’ultimo respiro...

Kim Jong-hyun, il cantante suicida della band sudcoreana SHINee

“In questa vita non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più difficile”. Poi Vladimir Majakovskijj, poeta della rivoluzione russa, si puntò la pistola al cuore e fece fuoco. Scrisse; per favore non fate pettegolezzi. Più o meno le stesse parole di Cesare Pavese che per andarsene preferì ingoiare dieci bustine di sonnifero in una camera d’albergo. Morire perché non si vive più, andarsene prima che sia la vita a deciderlo. Il suicidio segna la fine di un dolore, fisico o morale, del vivere o della vergogna, estremo e oscuro, nascosto chissà dove. L’ultimo a percorrere il Miglio verde in solitudine è stato Kim Jong-hyun, pop star coreana, si è avvelenato con il monossido di carbonio, superata l’età di ventisette anni, punto di non ritorno per tante star della musica, Jim Morrison, Kurt Cobain, Amy Winehouse. Ma farla finita, il buio che arriva quando si spengono le luci, è una maledizione che perseguita gli artisti: Dalida, si diceva fosse l’amore di Luigi Tenco, consumò in una notte una dose mortale di barbiturici. Scrisse: “Perdonatemi, la vita mi è insopportabile”. Bekim Fehmiu, l’Ulisse televisivo, se ne andò nel suo appartamento di Belgrado, la pistola a fianco, Alan Ladd mescolò pasticche e alcool, Anna Maria Pierangeli un insieme di farmaci come Marilyn Monroe. Poi c’è chi sceglie vie durissime per abbandonare il mondo: Carlo Lizzani si è gettato dal balcone del suo appartamento di Roma, Mario Monicelli dal quinto piano dell’ospedale dov’era ricoverato, Tino Schirinzi da un viadotto sopra una diga, con la moglie Daisy Lumini. Secondo uno studio dell’Oms del 1969 esistono 83 modi diversi per togliersi la vita, uno dei più bizzarri, racconta il libro “Imitando Didone” di Domenico De Maio e Cristina Bolla, fu quello del visconte Luis Elemeda che nel 1906, perduto tutto il suo patrimonio al gioco, invitò i suoi amici a casa, offrì loro un magnifico banchetto, poi fece entrare una gabbia con tre leoni e si chiuse dentro. Gli amici pensarono a uno scherzo finché non lo videro sbranato.C’è però chi ci ripensa. Lo scrittore Jorge Luis Borges, il giorno del suo trentacinquesimo compleanno comprò una pistola, un romanzo di Ellery Queen, un biglietto ferroviario di sola andata per Androguè, in campagna, dove prese una camera all’hotel Las Delicias. In piedi, davanti allo specchio, si puntò la pistola alla tempia. Ma poi distratto dalla sua stessa immagine di “suicidando” cambiò idea. Dobbiamo molto allo specchio per averci lasciato uno dei geni poetici del Novecento. La vita a volte sa essere più forte. Woody Allen per esempio la esorcizzava con un sorriso: Morire, diceva, è una delle poche cose che si possono fare facilmente stando sdraiati.