El Chapo, Sean Penn sotto accusa: "Fa il gioco dei cartelli della droga"

I giornalisti messicani critici sull'intervista a Rolling Stone. "In molti si sono sacrificati per la verità in Messico"

Il giorno dopo la pubblicazione dell'intervista a El Chapo, boss dei narcotrafficanti messicani, il lungo pezzo scritto da Sean Penn per Rolling Stone continua a fare parlare di sé e non mancano le critiche al regista americano, che è riuscito a ottenere lo scoop per la rivista mentre Joaquin Guzman era in fuga dalle autorità.

A parlare sono i giornalisti che in Messico lavorano da molto tempo e che conoscono bene la situazione sul terreno. Per questo, dicono, la vicenda va guardata in modo critico. È l'opinione, per esempio, di Alfredo Corchado, capo del bureau messicano del Dallas Morning News.

Più volte minacciato di morte, impegnato su storie che hanno a che fare con la corruzione delle autorità locali e con il traffico di droga, Corchado ha messo in chiaro che in posti come Sinaloa o Durango nessuno stampa nulla senza l'approvazione dei cartelli. Un'accusa molto chiara a Sean Penn e a Rolling Stone, che con El Chapo avevano pattuito di pubblicare l'intervista solo dopo il via libera del boss dei narcos.

L'intervista di Penn, ha raccontato Corchado al Washington Post, "non vale il sacrificio di molti dei miei colleghi in Messico e nel mondo, che hanno perso la vita per lottare contro la censura". Nell'ultimo decennio, raccontano i dati del Comitato per la protezione dei giornalisti, sono sessanta i giornalisti messicani spariti.

La questione dell'intervista "pone molti interrogativi" anche per Denis McDonough, capo di gabinetto della Casa Bianca. Gli Stati Uniti hanno chiesto che El Chapo, alla cui cattura hanno partecipato anche uomini della Dea, la narcotici americana, sia estradato e giudicato in America, dove pendono già molte accuse su di lui. Per la procedura - dicono in Messico - ci vorrà però almeno un anno.