La guerra sui campi di calcio riaccende l'odio nei Balcani

Una bandiera del Kosovo libero ha scatenato violenza tra Serbia-Albania. È la lotta nazionalista, iniziata nel '90 a Belgrado, passando nel 2010 da Genova

«La guerra è iniziata al Maksimir». È scritto sulla stele all'entrata dello stadio della Dinamo Zagabria, in ricordo di quel 13 maggio 1990 in cui migliaia di tifosi croati si scontrarono con i serbi della Stella Rossa di Belgrado, accendendo la miccia dell'odio nazionalista che da 25 anni ustiona i Balcani e si lega indissolubilmente al calcio.

Perché la guerra è iniziata al «Maksimir», ma poi è continuata al «Marakana» di Belgrado, dove Arkan reclutava le sue Tigri e nascondeva l'arsenale. Si è combattuta al «Ferraris» di Genova, messo a ferro e fuoco da Ivan Bogdanovic e dai suoi ultras serbi che interruppero la partita con l'Italia. Fino a martedì, quando allo stadio «Partizan» di Belgrado, Serbia-Albania è degenerata in violenze e in uno scontro politico (con tanto di inchiesta Uefa) che in una serata ha fatto a pezzi anni di diplomazia.

Così come nel 1990, davanti al video del croato ex milanista Zvonimir Boban che reagiva alle violenze della polizia e prendeva a calci un agente, l'Italia e l'Europa si accorsero che la ex Jugoslavia era una polveriera pronta a esplodere, così oggi, guardando le immagini di Serbia-Albania, l'Occidente ha capito che la polveriera non è stata ancora bonificata e che il Kosovo resta una ferita aperta.

In tutti questi anni chiodo ha scacciato chiodo; Irak, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina hanno distolto l'attenzione. Processi di pace e relazioni economiche hanno spinto le immagini delle fosse comuni e dei genocidi indietro nella memoria, capitolo sanguinoso ma chiuso. Poi, improvvisamente, oggi come allora, arriva la prova del calcio, radiografia crudele dei cancri nascosti nel ventre della società e della nazione. E alla prima pallonata, gli armadi balcanici si spalancano, lasciando intravvedere gli scheletri che ancora ci ballano dentro.

L'altra sera si giocava senza tifosi ospiti dopo un delirante balletto di responsabilità delle due federazioni. La Uefa, che avrebbe potuto evitare lo scontro cambiando i gironi eliminatori degli Europei delle due nazionali, si era illusa che tutto fosse a posto, che il Kosovo - la regione serba a maggioranza etnica albanese autoproclamatasi indipendente - fosse ininfluente come una rimessa laterale invertita. Certo, nessuno poteva prevedere la provocazione di un drone teleguidato dall'interno dello stadio, c'è chi dice addirittura dal fratello del premier albanese Rama, presente in tribuna. Imprevedibile la bandiera irredentista della Grande Albania (la regione storica che comprende anche Kosovo e parte della Macedonia), imprevedibile la successiva rissa, con i tifosi armati di sedie pronti a pestare i giocatori albanesi, i poliziotti più o meno intenti a far rispettare l'ordine pubblico e il redivivo Ivan il Terribile a bordo campo come fosse un quarto uomo tatuato. Nessuno poteva prevederlo, ma forse qualcuno poteva sospettarlo.

Bastava pensare al derby di Belgrado degenerato in un incendio, agli striscioni «Kosovo is Serbia», alle interviste di ex ultrà che dichiaravano: «Siamo armati come un corpo speciale dell'esercito, ma impazzito. Come fermarci?». Bastava notare che gli uligani serbi di oggi, cresciuti sotto le bombe e marciti tra disoccupazione, estrema destra e criminalità che non vede di buon occhio un futuro ingresso del Paese in Europa, sono gli stessi che nel 2008 assaltarono le ambasciate turca e americana al momento dell'indipendenza del Kosovo, da sempre vista come una vergognosa «svendita» di un angolo di patria. Così come bastava notare che gli ultras albanesi dei «Tifozat Kuq e Zi» portano la bandiera dell'Uck in curva e che nella squadra allenata dal nostro Gianni De Biasi, 6 titolari su 11 sono nati in Kosovo.

Insomma, bastava poco per capire che i tempi non sono maturi per la pace e lo sport e che sarebbe bastato poco per far degenerare la situazione. Dal calcio di Boban alla seggiola in testa, da Arkan che regalava ai calciatori zolle di Slavonia libera al drone teleguidato, dai giornali che definivano la Stella Rossa «un simbolo dell'essere serbi» al governo di Belgrado che dice «se fosse stata una bandiera serba a volare nello stadio sarebbe intervenuta l'Onu»: stessa zona grigia senza buoni né cattivi, stesso «capitale d'odio» che si accumula negli stadi, stesso pallone che rotola sui campi da gioco, senza accorgersi che in fondo sono solo moderni campi di battaglia.