I genocidi dell'Isis e i calcoli elettorali dell'Occidente

Ecco perché nessun governo occidentale sarebbe mai disposto a inviare soldati sul campo

Sotto le polveri di quello che rimane dei templi di Palmira e tra le ossa dei siriani uccisi perché musulmani che la pensano in modo differente o perché yazidi, sciiti, cristiani o alawiti sembra esserervi seppellito anche l'onore dei paesi mediorientali e dell'occidente. Quello che accade in Siria e Libia denuncia in modo chiaro che oggi è possibile portare avanti un genocidio contro interi gruppi culturali e religiosi, dichiarandolo via internet e portandolo a termine senza che le coscienze si scuotano. Oggi non si può certo affermare che i governi e le opinioni pubbliche non siano perfettamente consapevoli che nei territori occupati dall'Isis, chiamata in arabo Daesh, sia in atto un genocidio pianificato con i minimi particolari delle minoranze del paese. Il caso degli Yazidi è palese: gli uomini caduti sotto le mani dello stato islamico sono stati uccisi e le bambine e donne rese schiave sessuali. Questi fatti non solamente sono stati usati a fine di propaganda dall'Isis via social network, ma sono stati verificati sul territorio dall'intelligence e da giornalisti appartenenti a paesi di certo non alleati tra loro. Anche ai cristiani della zona non va di certo meglio, le loro chiese vengono fatte esplodere con il tritolo e intere comunità vengono rapite per poi essere tenute prigioniere da qualche parte. In fondo l'Isis ha già vinto perché ha compreso che se si ha un esercito meno armato e potente delle nazioni che si intende sfidare, l'arma migliore è far tremare di paura i nemici e farli scappare ancora prima che inizi la guerra. Lo stato islamico unisce la tattica dei mongoli o di Tamerlano, il terrore, alla perfetta conoscenza delle nuove tecnologie e del funzionamento dei media occidentali. Ha compreso molto bene che l'immagine di una decapitazione viene visualizzata, anche censurata, molto di più di qualunque articolo sul Medio Oriente. Nessun governo occidentale sarebbe mai disposto a inviare soldati sul campo sapendo che l'opinione pubblica, terrorizzate dalle immagini che vedono, non accetterebbero mai di mandare i loro figli a rischiare la testa in Siria o in Iraq. Se lo facesse perderebbe le elezioni. La tattica dell'Isis si è dimostrata estremamente raffinata e tutt'altro che arcaica. Postando i video con le decapitazioni sapeva benissimo che sarebbero diventati virali. Infatti, anche se censurati, i filmati sono circolati ovunque. Il risultato è che gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali e arabi bombardano la Siria e l'Iraq dall'alto, aspettando che lo stato islamico lentamente imploda su se stesso. Nessuno si preoccupa però di sapere quanti yazidi, sciiti, sunniti libertari, o alawiti saranno ancora vivi il giorno in cui eventualmente si sconfiggerà l'Isis.

Inoltre, la politica occidentale sembra molto confusa, se da una parte si sostiene a parole di aiutare chi combatte sul campo, dall'altra questo sembra non essere affatto vero nella pratica. Se in Iraq si aiutano i curdi e gli sciiti, in Siria, si ostacola in tutti i modi gli unici due eserciti che sono pronti a combattere, quelli di Bashar al Assad e quello dei curdi. Il presidente siriano, che pur ha sparato e usato armi chimiche sul suo popolo, non è però un politico che vuole distruggere interi gruppi etnici, combatte in modo estremamente cinico e violento i suoi nemici. Per altro è considerato dalle minoranze l'unico che ancora possa garantire una loro presenza nel paese. L'occidente dovrebbe trattare con lui per garantirgli una qualche via d'uscita, un po' come accadde con le fazioni del conflitto civile libanese. Gli Stati Uniti e l'Europa, al contrario di Mosca, che in questi giorni sta inviando aiuti militari al regime siriano, rifiutano ogni contatto ufficiale con lui e hanno imposto un embargo sulle armi destinate al governo ufficiale siriano. Questo per non dispiacere a Turchia, Arabia Saudita e Qatar, paesi sunniti che non solamente per molto tempo probabilmente hanno preferito l'Isis, o fazioni di al Qaida, a Bashar Al Assad, protettore degli sciiti, degli alawiti delle altre minoranze, ma che in una prima fase hanno probabilmente aiutato lo Stato Islamico. Inoltre, la Turchia, da quando ha deciso di prendere parte ai bombardamenti in Siria, più che bombardare l'Isis, sembra impegnata a colpire con i missili i slodati curdi che la combattono lo Stato Islamico. Questo perché teme che una regione autonoma curda siriana possa favorire il regionalismo curdo in Turchia. Le opinioni pubbliche e i governi sembrano voler chiudere gli occhi sul fatto che il mondo musulmano di oggi sembra ormai precipitato in un conflitto generalizzato, con alcuni attori che fanno scoppiare guerre dall’Africa fino all’Asia, a seconda delle opportunità che si aprono. Oltre le scintille tra sciiti e sunniti, con l’Arabia Saudita che si scontra, con le armi o politicamente, con l’Iran in Yemen, Iraq, Siria e Libano, vi è poi un conflitto tra i fondamentalisti islamici e gli islamici che credono ancora nella tradizionale libertà di interpretazione, guerra che travolge anche tutti i laici e le minoranze religiose come i cristiani. Questo scontro tra due diverse visioni religiose ha partorito attacchi terroristici dalla Nigeria fino alla Cina o nuove entità statuali come lo Stato Islamico tra Iraq e Siria, o in parti della Libia. Inoltre, vi è una guerra per procura che coinvolge le tre maggiori potenze sunnite del mondo arabo Turchia, Arabia Saudita, Qatar, che pur essendo tutte alleate degli Stati Uniti si combattono in Libia e in modo più sporadico in Egitto e Palestina per la supremazia nel mondo sunnita. Tutto questo è dimostrato dalla totale assenza delle potenze mediorientali nelle operazioni di difesa dei civili siriani e iracheni. Con l'esclusione dell'Iran e del Libano, gli altri paesi non hanno mosso un dito. Per non parlare del fatto che i ricchissimi paesi del Golfo, al contrario del Libano, della Giordania e della Turchia, non hanno accolto rifugiati. Quello che sta accadendo apre a molte domande che toccano le corde più profonde della cultura occidentale e mediorientali. Dopo la seconda guerra mondiale e la Shoah gli europei si erano probabilmente illusi sul fatto che la nostra cultura non avrebbe più tollerato nulla di simile. La caccia al cristiano, allo Yazidi, al musulmano libertario, di cui siamo spettatori oggi in Medio Oriente dimostra il contrario. Per quanto riguarda il mondo musulmano, l'occidente dovrebbe avere il coraggio di chiedere con molta franchezza a potenze nostre alleate come la Turchia, l'Arabia Saudita e il Qatar, di dimostrarci con i fatti che credono davvero che le minoranze, che per secoli hanno vissuto nei lori territori, vadano difese da una morte certa. Questi paesi dovrebbero anche dimostrare che tengono alla loro stessa cultura.

Non ha alcun senso costruire sezioni distaccate del Louvre nel Golfo o restituire beni archeologici ad ex colonie se poi questi stessi paesi non battono ciglio di fronte all'esplosione dei più bei templi romano orientali conosciuti al mondo, quelli di Palmira. Se questo non accadesse bisognerebbe anche cominciare a ripensare la nostra politica energetica, non è infatti un segreto che i paesi del Golfo hanno finanziato in mezzo mondo, grazie al petrolio, movimenti radicali islamici che hanno garantito welfare e lavoro a tutti quei poveri disponibili a radicalizzarsi. Bisognerebbe dire francamente all'Arabia Saudita che se non interviene in modo più incisivo nella guerra siriana, combattendo l'Isis e garantendo un futuro a tutte le minoranze del paese, compresa quella degli alawiti, di cui fa parte anche l'attuale presidente, allora pur di fermare un genocidio, l'occidente si sentirà libero di aiutare, con alcune garanzie, Bashar Al Assad, che almeno non uccide intere popolazioni e che è disposto a combattere l'Isis con truppe. Gli Stati Uniti e l'Europa dovrebbero anche coinvolgere maggiormente la Russia di Putin, che da mesi avverte, forse non a torto, che la politica occidentale nella regione è stata del tutto inefficace e che continuare su questa strada non fermerà il genocidio in corso. La Russia è l'ultimo alleato del governo di Bashar Al Assad, insieme all'Iran e non coinvolgerli sarebbe folle. Rimangono oscure le motivazioni per cui Bashar Al Assad, che pur continua a proteggere le minoranze, sia qualcuno con cui non si possa più parlare, mentre la Turchia e l'Arabia Saudita, che per anni non hanno mosso un dito contro l'Isis e che sono sospettate di averla anzi aiutata nella sua guerra agli Sciiti, siano invece nostri fedeli alleati. Come dimostra bene la marea di rifugiati che scappano verso l'Europa o l'allargamento dello Stato Islamico in Libia, a poche miglia dalla costa italiana, l'occidente non si può illudere di non essere coinvolto in questo conflitto. Più che a nuovi bombardamenti o ad attacchi diretti, l'Europa e gli Stati Uniti dovrebbero tornare ad avere un politica estera chiara. Il primo passo dovrebbe essere non mettere la testa sotto la sabbia e pretendere che siano le maggiori potenze mediorientali a combattere e soprattutto a trovare un accordo politico e diplomatico, per garantire un futuro alle minoranze della regione. Tutto questo andrebbe fatto con il coinvolgimento anche della Russia e dell'Iran. Solamente se i paesi mediorientali non collaborassero, allora bisognerebbe riconsiderare le nostre alleanze e la nostra politica energetica e pensare ad un intervento di terra diretto.

Commenti

Cheyenne

Mer, 09/09/2015 - 15:56

la politica occidentale è deleteria si combatte assad invece di combattere l'isis e i nemici di assad e comnque basterebbero veri bombardamenti (come in libia) per piegare l'isis