Israele teme una pace senza vittoria

Colpita un'altra scuola dell'Onu a Gaza, 17 morti. Gli Usa condannano l'episodio ma "anche a chi vi nascondeva armi"

Sulle scuole, sulle moschee, sui mercati: a 23 giorni dall'inizio della guerra gli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza proseguono, e continuano a mietere vittime. L'obiettivo dichiarato da Israele è colpire i tunnel dove Hamas deposita le armi, ma il prezzo di tutto questo sta diventando sempre più alto e l'ipotesi di una vittoria decisiva, schiacciante, cui Gerusalemme all'inizio puntava, pare allontanarsi.

I colpi di artiglieria sul mercato di Sajaya, a est di Gaza City, hanno ucciso ieri pomeriggio 17 palestinesi, mentre all'alba le esplosioni sulla scuola dell'Onu, nel campo profughi di Jabalia, hanno causato la morte di altre 16. L'agenzia delle Nazioni Unite per l'aiuto ai rifugiati palestinesi (Unwra) in un comunicato ha espresso la sua «condanna nei modi più fermi di questa grave violazione del diritto internazionale da parte dell'esercito israeliano». In quella scuola, segnalata più volte come luogo Onu, dormivano dei bambini; è un attacco «riprovevole» e «ingiustificabile», ha dichiarato il segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon, chiedendo anche che i responsabili «rispondano del loro operato». Si tratta della quinta volta in cui viene colpito un istituto delle Nazioni Unite dove si rifugiano i civili. E anche gli Stati Uniti, con una nota della Casa Bianca, hanno espresso la propria condanna su quanto accaduto. Ribadendo però anche la condanna nei confronti dei terroristi che nascondono le armi.

Colpito durante un raid notturno anche il minareto della moschea Al-Sousi, all'interno del campo profughi di Shati.

Le forze militari ebraiche vanno avanti in ogni luogo in cui sospettano che di trovare fucili, razzi ed esplosivo: 80 obiettivi nella notte tra martedì e ieri. Da quando è cominciata l'operazione i raid sono stati 3800, ma i vertici della Difesa israeliana finora avevano insistito: la quantità di armi nascoste è tale da rendere la guerra «necessaria», aveva detto martedì il premier Netanyahu. Israele sta perdendo i suoi uomini: i soldati morti sono arrivati a 56, gli ultimi tre ieri nel sud della Striscia, mentre - ha riferito un portavoce militare - scoprivano l'imbocco di un tunnel.

A partire dalle 15 è stato annunciato un cessate il fuoco umanitario di quattro ore, con una sospensione degli attacchi aerei, ma non delle operazioni via terra nella Striscia. Decisione definita una «farsa a fini di propaganda» da Sami Abu Zuhri, uno dei portavoce di Hamas. Che ha aggiunto: «È totalmente inutile perché non include l'intera Striscia, ma solo le aeree dove già non si combatte». E infatti da Gaza sono partiti altri razzi verso città costiere israeliane come Ashkelon e Ashdod. A ribadire la posizione anche il capo delle brigate Ezzedin al Qassam, braccio armato di Hamas: «Non ci sarà alcuna tregua con Israele senza la fine dei raid aerei e dell'embargo su Gaza».

L'ex presidente israeliano Shimon Peres ha speso parole di apertura, quasi un appello, parlando con i giornalisti a margine di una visita ad alcuni soldati feriti: «Israele ha esaurito l'opzione militare, lo Stato ebraico deve lavorare per fare in modo che Gaza sia posta di nuovo sotto il controllo dell'Anp di Abu Mazen». Il timore che comincia a serpeggiare è l'impossibilità di una vittoria schiacciante, decisiva, mentre il prezzo pagato è gia alto. La tregua resta una tela di Penelope, ogni piccolo passo in avanti viene disfatto poco dopo. La diplomazia si muove soprattutto attorno al Cairo, in Egitto, dove ieri è arrivato per una visita-lampo un responsabile della sicurezza israeliano. Si discute ancora attorno all'ultima proposta di cessate il fuoco, presentata martedì e respinta da Hamas.