Italia-Cina, controffensiva di Clini

L’ex dg ed ex ministro dell’Ambiente replica ai rilievi della Corte dei Conti sul suo operato. «La cooperazione ambientale con la Cina ha generato un volume d’affari per le imprese italiane di 900 milioni. altro che progetto fittizio e criminale»

Il progetto di Cooperazione ambientale sino-italiana in Cina continua a essere nel mirino dei magistrati. Questa volta è una relazione della Corte dei Conti - le cui risultanze sono state trasmesse alla procura di Roma - a seminare dubbi su un progetto teso ad aumentare l’efficienza energetica cinese, a ridurne le emissioni inquinanti, ma anche a favorire l’ingresso di aziende italiane nel ricco mercato asiatico, diventando una sorta di rampa di lancio per la politica estera italiana. Ebbene secondo i magistrati contabili nell’arco di 15 anni il ministero dell’Ambiente italiano - di cui Corrado Clini è stato a lungo direttore generale e poi ministro, oltre che firmatario della maggior parte degli accordi con la Cina - avrebbe erogato più fondi di quelli dichiarati, 320 milioni invece di 185. Uno scenario che «presenta numerose incongruenze» ad esempio nella gestione dei fondi fiduciari attraverso cui è stato finanziato il progetto Sicp, fondi che per la Corte dei Conti non potevano fornire «garanzie di trasparenza circa l’impiego delle risorse pubbliche e una attività di monitoraggio e controllo sulla destinazione finale dei contributi». Inoltre dubbi vengono sollevati anche su presunti pagamenti irregolari a consulenti tecnici italiani e su alcune note spese per alcuni dirigenti ritenute troppo generose. Una serie di elementi che prefigurerebbe una gestione «soggettiva e privatistica» da parte del «dg pro tempore». Clini di fronte alle accuse non si tira indietro e offre la sua versione dei fatti. Lo fa redigendo una replica in punta di penna, facendo notare come - risultati alla mano - il progetto di cooperazione italo-cinese si sia rivelato un grande successo e polemizzando con l’ex ambasciatore italiano in Cina Alberto Bradanini che ha querelato due anni fa ritenendolo responsabile di voler «screditare la cooperazione ambientale Italia-Cina e diffamare il mio lavoro».

«Nelle settimane scorse ho partecipato a riunioni di lavoro nelle Università Tsinghua a Pechino, e Jao Tong di Shanghai» scrive Clini. «A Tsinghua le riunioni si sono svolte nel Sino Italian Eco Efficient Building, realizzato dal Ministero dell’Ambiente italiano, che il premio Nobel Steven Chu ministro USA dell’Energia definì nel 2009 come uno dei migliori esempi al mondo di edilizia eco-efficiente, diversamente dall’ex ambasciatore Bradanini che nel 2013 parlò di edificio inefficiente e inutilmente costoso. L’edificio è la sede della “School of Environment”, la più prestigiosa della Cina e tra le migliori al mondo. A Tsinghua ho anche incontrato il rappresentante dell’Università nel board della Venice International University, appena rientrato da Venezia, che ha ricordato il grande lavoro di formazione ambientale per oltre 11mila funzionari cinesi realizzato tra il 2003 e il 2014 grazie a un programma finanziato dal Ministero dell’Ambiente italiano».

L’elenco dei luoghi visitati o citati da Clini a riprova del successo del progetto di cooperazione italiano non si ferma qui. «A Jao Tong sono stato informato che il Ministro italiano della Ricerca, Giannini, ha visitato recentemente il Green Energy Laboratory (GEL), realizzato dal Ministero dell’Ambiente italiano e inaugurato nel 2012, che l’ex ambasciatore Bradanini definì precario e fatiscente. Il GEL è la sede delle prove di efficienza e funzionalità dei sistemi e delle attrezzature per le energie rinnovabili, ovvero centro di riferimento per tecnologie che la Cina sta impiegando in larga misura essendo il più grande mercato al mondo delle rinnovabili».

Clini si sofferma poi sulle implicazioni anche economiche del progetto, valutando in 900 milioni di euro l’indotto per le imprese italiane generato dalla cooperazione ambientale con la Cina. E ricorda come il rapporto indipendente di una delle più importanti agenzie internazionali di auditing, la PriceWaterHouse Coopers, abbia giudicato eccellente il lavoro svolto da Clini, anche in termini di «minimizzazione dei costi» e «controllo del budget».

«A Pechino e a Shanghai ho avuto conferma che il governo cinese continua a indicare ai paesi europei la cooperazione ambientale con l’Italia come modello di riferimento, come peraltro ricordato recentemente al Ministro Galletti dal Ministro cinese. La cooperazione ambientale con la Cina è stata sostenuta in 14 anni, sulla base di accordi bilaterali sottoscritti nell’ambito delle leggi italiane di ratifica del Protocollo di Montreal e del Protocollo di Kyoto, con 185 milioni € per il cofinanziamento di 200 progetti ai quali hanno contribuito con altri 165 milioni di euro la Banca mondiale, la Commissione Europea, la Global Environment Facility, i Ministeri cinesi. Ovvero il finanziamento italiano è stato quasi raddoppiato con il contributo di istituzioni internazionali e cinesi. Senza contare che gli effetti indiretti del nostro lavoro hanno generato un volume di affari per le imprese italiane di almeno altri 900 milioni di euro. Dati confermati nel 2014 dal rapporto indipendente di una delle più importanti agenzie internazionali di auditing, PriceWaterHouse Coopers».

La «versione di Clini» si sofferma sulla necessità di portare prove concrete a sostegno delle accuse. «Sono curioso di conoscere sulla base di quali riscontri documentali la Corte dei Conti abbia potuto concludere che sono stati “buttati al vento” i soldi pubblici dell’Italia, visto che lo stesso rapporto della Corte mette in evidenza puntualmente i risultati positivi del nostro lavoro in Cina e con la Cina». Se si è trattato di un «progetto fittizio e criminale» bisogna spiegarlo «ai ministri cinesi che sono stati coinvolti nel progetto, ai docenti e alle oltre 100 imprese coinvolte, da Ansaldo alla Fiat, da Pirelli a Impregilo, da Eni a Merloni, da Enel a Guzzini o al Politecnico di Milano o di Torino, a dieci università, al Cnr, all’Istituto Nazionale di Vulcanologia e Geologia, alle Università, ai centri di ricerca ed alle imprese italiane che hanno partecipato ai programmi cofinanziati in Cina dal Ministero dell’Ambiente con il contributo di World Bank, Commissione Europea, Global Environment Facility. E per parlare di efficienza della spesa e delle spreco delle risorse pubbliche, chi pagherà i danni arrecati all’Italia dal blocco e dalla criminalizzazione del programma di cooperazione ambientale con la Cina? Non entro nel merito di altre questioni che riguardano i procedimenti contro di me, perché i processi si fanno in Tribunale». La difesa di Clini, insomma, è chiara: il progetto sotto accusa è stato un successo diplomatico ed economico. Se ci sia stata distrazione di fondi pubblici toccherà alla Procura dimostrarlo con elementi concreti.

Commenti

blackindustry

Gio, 28/04/2016 - 23:51

Presto giudici italioti al soldi dello straniero, bloccate tutto perche' sta funzionando bene! Le aziende francesi attendono speranzosa di rubarci anche quelle fette di mercato...