L'evoluzione dell'Isis: da organizzazione centralizzata a rete terroristica clandestina

La transizione dell' Isis si concluderà con la fine del corso materiale in Siria ed Iraq. I terroristi sfruttano il modello israeliano

Fin dal 2014 l'Isis ha pianificato la perdita dei suoi territori conquistati per concetti che richiamano chiaramente la tattica asimmetrica applicata ad una guerra lampo di conquista contro preponderanti forze nemiche (quindi l’incapacità di materiale di mantenere nel tempo i territori). L’Isis non si è mai posto l’obiettivo di istituire un'amministrazione duratura. Per essere ancora più chiari. Se la finalità fosse stata la cittadinanza, la strategia adottata sarebbe stata diversa. Certamente opposta alla scia di terrore che ha terrorizzato il Medio Oriente ed il Nord Africa e che ha provocato, inevitabilmente, l’intervento della comunità internazionale. La realizzazione delle aspirazioni ideologiche sono molto più importanti della gestione permanente di qualsiasi pezzo di terra. Gli atti ritenuti controintutivi dall'Isis sono ingranaggi di una strategia guidata che privilegia la longevità concettuale alla presenza fisica. L'Isis non mirava all’instaurazione di un governo jihadista, ma alla sperimentazione di un nuovo modello insurrezionale applicabile, polarizzando l'ideologia jihadista. Il ricordo di Mosul continuerà ad infervorare negli anni i cuori dei veri credenti, esempio dell'utopia jihadista. Il vero obiettivo dell’Isis era quello di testare un prototipo di guerra generazionale, un modello insurrezionale applicabile dinamico.

Da organizzazione ribelle a rete terroristica clandestina

Le organizzazioni insorgenti detengono e colpiscono un territorio, possono esercitare la sovranità su una popolazione, operano come forze armate strutturate sulla mobilitazione di massa. I terroristi non possiedono nessuna di queste caratteristiche (sebbene sia prevista l’illusione di una profondità). La transizione da organizzazione ribelle con sede fissa a rete terroristica clandestina dispersa in tutto il globo si concluderà con la fine del corso materiale dell’organismo ciclico in Siria ed Iraq. Il risultato saranno azioni meno frequenti e più disperse. L'evoluzione della minaccia terroristica in Occidente è strettamente legata ai cambiamenti strategici dell’Isis in Medio Oriente e nel Nord Africa. La narrativa Isis ha già ben delineato il ruolo dell’attuale generazione, destinata a non poter assistere al compimento delle profezie. L’Isis non ricostituirà le forze per riconquistare i territori perduti in Siria e Iraq (non è questo l’obiettivo di una forza irregolare), mentre assisteremo ad azioni ispirate al Dominio Rapido. Tuttavia il vero ruolo dell’attuale generazione jihadista fedele all’Isis sarà quello di colpire sistematicamente l’Occidente con l’evoluzione dei lupi solitari in forza terroristica clandestina con un’entità meno centralizzata.

La transizione ad organizzazione terroristica porterà l'Isis a concentrare le risorse sia per rafforzare le roccaforti esistenti in Libia, nella penisola del Sinai in Egitto, in Afghanistan e Yemen sia per tentare nuove ramificazioni nei territori (governati e non) propensi al Jihadismo salafita, dal Caucaso settentrionale all'Asia sudorientale.

L’Isis sfrutta il modello israeliano

In Israele la copertura dei media per un attentato è strutturata in ogni sua forma per ignorare la storia dei terroristi ed è concepita per raccontare la sofferenza delle vittime o il coraggio dei soldati, ponendo enfasi alla risposta israeliana che all’attentato stesso. I media in Israele non amplificano o legittimano la narrazione dei terroristi. Se non provocano vittime, gli attentati non sono mai riportati ed in ogni caso la copertura è brevissima. Vi sono dei prerequisiti essenziali come ad esempio il numero dei civili uccisi (si racconta il dramma delle vittime) o i soldati morti sul campo (si loda il coraggio). In ogni caso, anche in presenza di vittime, la copertura mediatica si concentra solo sull’evento specifico e non supera mai le 48 ore. Nella stragrande maggioranza dei casi, largo spazio è dato alla sicurezza tattica. Tutti gli attentati sono inquadrati come azioni solitarie non collegate. E’ una strategia specifica che mira a screditare qualsiasi sospetto di terrorismo globale organizzato. I media affrontano il problema a livello tattico e si relazionano con gli attacchi definendoli come incidenti. In particolari contesti di crisi, si approfondisce l’aspetto politico e sociale del fenomeno. In ogni caso, la risposta militare è sempre considerata legittima agli occhi della sua società israeliana. Quest’ultima, essenzialmente, ritiene possibile un fenomeno imprevedibile. La consapevolezza conferisce determinazione nel combattere e resistere che in Israele si traduce in voglia di vivere. L’utilizzo prudente della comunicazione e la comprensione costante della situazione, formano il nucleo della risposta psicologica israeliana al terrorismo.

Le lezioni di Israele nell’evoluzione della propaganda dell’Isis

Trasformare ogni tipo di fallimento in successo. Fino a pochi mesi fa, la propaganda dell’Isis era concentrata sulla rivendicazione strutturata per dare l’illusione di una portata globale (tattica che ha fatto molto presa in Europa). Tuttavia nel fallito attentato avvenuto lo scorso 15 settembre all'altezza della stazione di Parsons Green, nella zona residenziale di Fulham, l’Isis ha adattato la sua propaganda. L’episodio non è stato ignorato, ma lodato. La mancata deflagrazione dell’IED è stata accantonata, privilegiando le capacità del gruppo di colpire il Regno Unito per la quarta volta in sei mesi. E’ un’evoluzione che l’Occidente tarda a capire. I governi occidentali devono dedicare notevolmente più risorse alle comunicazioni strategiche ed alle operazioni di informazione volte a scardinare il nuovo impianto della strategia di narrazione dell’Isis. Se l’Occidente non riesce a prendere atto della transizione da organizzazione insurrezionale a rete terroristica, non sarà in grado di elaborare una efficace ed adeguata strategia. La propaganda è essenziale per la sopravvivenza dell’Isis sia come gruppo che come idea per coltivare quella profondità strategica digitale. È un meccanismo prezioso con il quale far valere l’acquiescenza nel suo proto-Stato ed un’arma penetrante con cui affermare la propria egemonia terroristica all’estero. Negli anni a venire, servirà come bandiera attorno alla quale i veri credenti del califfato si raduneranno, una volta perduti i territori.

L’insurrezione ed il terrorismo non sono la stessa cosa

Diversi nella strategia, simili nelle tattiche. Potremmo semplificare affermando che a differenza del terrorismo, la guerriglia cerca di stabilire un controllo fisico su un territorio. La necessità di dominare un territorio è elemento fondamentale della strategia insurrezionale poiché garantisce il serbatoio umano per il reclutamento e le strutture logistiche dell’esercito strutturato. Il terrorismo non mira ad un controllo tangibile del territorio ed opera con piccole unità difficilmente rintracciabili con equipaggiamento improvvisato. Il terrorismo non si basa sulle zone liberate per consolidare la sua esistenza ed accrescere la sua forza. La sfera di influenza della strategia del terrorismo è nel campo psicologico. E’ una differenza sostanziale e come tale pretende diverse contromisure. A differenza dei guerriglieri, i terroristi non hanno alcuna base territoriale e non indossano divise, ma si confondono con la popolazione civile.

Possiamo quindi affermare che l’attentato terroristico in se è un’azione razionale sorprendente che bilancia immediatamente le forze con il nemico (lo Stato) in un arco temporale strettamente limitato. La guerriglia, nonostante la sua componente psicologica, è principalmente una strategia basata sullo scontro fisico tra due forze (la dottrina insurrezionale punta alla campagna contro le milizie governative).

Il terrorismo è un fenomeno lucidamente razionale, all'interno di una più ampia strategia di comunicazione politica coercitiva, dove la violenza viene usata nella deliberata creazione di un senso di paura per influenzare un comportamento e un determinato gruppo di destinatari. L'illusione di una tattica indiscriminata è essenziale per colpire psicologicamente coloro che sono sfuggite alle conseguenze fisiche di un attacco terroristico. Queste risposte comportamentali per massimizzare l'utilità negli ambienti strategici dinamici, sono riconducibili ad una logica strumentale alla base dei piani di azione. La razionalità procedurale spiega come il terrorismo è il prodotto di un'analisi logica del costo-beneficio, dell'utilità prevista e delle strategie coercitive all'interno di una serie limitata di opzioni disponibili per i gruppi politici non statali.

Commenti
Ritratto di Friulano.doc

Friulano.doc

Lun, 02/10/2017 - 12:22

Dobbiamo convincerci che ogni musulmano è un potenziale terrorista. E trattarlo come tale.

agosvac

Lun, 02/10/2017 - 12:42

Alla fine della sua dotta disquisizione sulle differenze tra terrorismo e guerriglia, egregio Iacch, si è dimenticato di dare una soluzione. Io vorrei farle notare che il terrorismo inizia negli Stati non islamici, ben prima dell'isis. I gruppi terroristici precedenti l'isis erano addirittura più efficaci nel causare morti e terrore. Ed ora, secondo lei, cosa dovrebbero fare i paesi non islamici per difendersi da questo nuovo terrorismo??? Credo che qualche soluzione ci sarebbe, ma vorrei che fosse lei a specificarla.