Libia, la famiglia della vittima: "Noi continuiamo a sperare che sia vivo"

Failla e Piano lavorava all'estero, in Libia, dove c'era lavoro. Sarebbero rimasti colpiti in un blitz delle milizie contro i jihadisti

È da quando ieri la Farnesina ha reso pubblici i suoi dubbi sulla sorte di Salvatore Failla e Fausto Piano che le famiglie dei due uomini, presi in ostaggio mesi fa in Libia e ora con tutta probabilità morti, si chiedono quale sia stata la loro sorte.

Dalle ultime notizie emerse pare che i due italiani, tecnici per la ditta di costruzioni Bonatti, uno saldatore e l'altro supervisore, siano rimasti uccisi in un attacco delle milizie libiche di Sabrata, città a ovest di Tripoli e non troppo lontana dal confine tunisino. Un blitz contro uomini vicini al sedicente Stato islamico, in cui due dei quattro ostaggi italiani - ma la certezza ufficiale deve ancora attendere - hanno perso la vita.

"Non voglio dire che era una brava persona - dice alla Stampa un vicino di casa di Piano -, dico ancora che è una brava persona". Perché alla morte di Fausto non ci si vuole rassegnare, anche se i famigliari dicono che "non meritava di essere ucciso così" e che lui era in Libia non per fare la guerra, e se n'è andato "vittima di un conflitto di cui noi avevamo sentito parlare solo in televisione".

"Io prego tanto che non sia vero", dice Rosalba, la moglie di Failla. Al suo avvocato, Francesco Caroleo Grimaldi, ha spiegato che "fino a quando il ministero non mi avrà dato la conferma, per me, per noi, Salvatore è vivo". Intanto il direttore del Dis, Giampaolo Massolo, ha ricordato ieri che "ci sono altri due da salvare e non bisogna dire cose che possano compromettere le attività che sono in corso".