L'Italia e la seduzione del Created in China

Com'è cambiato il design, anche grazie al know-how acquisito negli anni. Accelerato anche dalla delocalizzazione massiva attuata dal mondo produttivo occidentale

Dopo decenni di acquisizione di know-how tecnologico, accelerato oltretutto dalla delocalizzazione massiva attuata dal mondo produttivo occidentale, ci si aspetta ora un significativo sforzo culturale all’interno delle aziende cinesi design-driven che risulterà cruciale nel processo di innalzamento del livello della propria competitività. Trattasi di un percorso necessario per affrontare da protagonisti il sempre più complesso mercato interno che, allo stesso tempo, può aprire anche grosse opportunità per chi vorrà affacciarsi perfino su altri mercati. Si sta riproponendo, con le debite proporzioni, quanto successo negli ultimi due decenni del secolo scorso quando Paesi come il Giappone e la Corea, in questo ordine, hanno intrapreso quel percorso di “sistema” che ha individuato come prioritaria la strada della definizione della propria identità creativa o, altrimenti, di stile. Un cammino lungo, oggetto di ingenti investimenti, i cui risultati sono oggi evidenti; brand e prodotti sono, immediatamente percepiti come Made in Japan o in Korea. La Cina in questo senso, come primo passo, ha ritenuto prioritario investire nel rafforzamento dell’”orgoglio” nazionale. Questo, se vogliamo, è stato uno dei principali obiettivi strategici posti, e raggiunti, nell’ospitare grandi eventi a partire dal 2008, con i Giochi Olimpici di Beijing seguiti quasi immediatamente da Expo2010 di Shanghai.

Se da un lato ne ha beneficiato l’attrattività delle due metropoli e della Cina intera, dall’altro queste manifestazioni hanno innescato, soprattutto nei giovani, quel processo aspirazionale che sta portando alla costruzione di un’identità distaccata dagli stereotipi occidentali e radicata a modelli, simboli e linguaggi locali.

Il tutto facilitato dal boom dei social network (su piattaforme prettamente locali), dalle politiche di sviluppo incentrate sull’individuo, sull’innovazione, sulla difesa della proprietà intellettuale nonché, più recentemente, sulla limitazione dell’esportazione dei capitali. Ci troviamo dunque di fronte a un nuovo “ecosistema” in cui anche il “Created in China” è chiamato a dare delle risposte concrete. È in quest’ottica che risulta fondamentale il passaggio da un approccio aziendale finalizzato alla valorizzazione di fattori tangibili (quali prezzo e riferimenti a brand occidentali), ad uno atto a generare valori e qualità intangibili che influenzino il percepito: il design thinking diventa il fulcro dell’innovazione. Iconografie, linguaggi, materiali, tessuti, tecniche, tecnologie, mestieri, insiti nelle infinite varietà dei costumi e delle tradizioni e delle etnie locali rappresentano un bagaglio infinito a disposizione dei creativi ed assumono un ruolo determinante per arrivare a raccontare quelle “storie” originali, credibili, che sapranno sedurre e convincere il nuovo ecosistema attraverso una proposition originale e coerente.

La vastità del territorio, i cambiamenti repentini causati dalla rapida evoluzione del web e delle sue piattaforme, il radicato pragmatismo imprenditoriale, nonché l’enorme popolazione, rappresentano i principali fattori che di contro giustificano le complessità che l’azienda deve affrontare nel definire le proprie strategie. Se i grossi player hi-tech (Lenovo, Hisense, Xiaomi, Huawei) sono riusciti a costruire successi internazionali al di fuori dello scenario sopra indicato è perché hanno agito all’interno di una sfida prettamente “tecnologica”; la light industry, soprattutto i marchi di moda, furniture, lighting, accessorio, automotive, solo per citare alcuni settori, hanno iniziato invece a percorrere la lunga strada illuminata da memoria e tradizioni.

E la via della Seta? Mai, come in questo periodo, il nostro Paese si trova al centro di interessi da parte di aziende ed istituzioni cinesi; perché l’Italia ha saputo generare “sistemi integrati” composti da istituzioni, scuole, associazioni, grandi eventi che hanno permesso ai singoli distretti produttivi di crescere e consolidarsi sui mercati internazionali; perché il successo del made in Italy è solidamente legato al “fattore design”; perché il nostro lifestyle è percepito come un modello di riferimento; perché, come globalmente riconosciuto, l’Italia ha saputo portare innovazione grazie anche alla indiscussa capacità di valorizzare la propria cultura e le proprie tradizioni. All’insegna del proseguimento o di evoluzione del processo di globalizzazione, si può dunque concludere prevedendo che questa trasformazione ci porterà ad essere sedotti, nel breve-medio periodo, da nuovi ed affascinanti storie raccontate da chi (imprese, designer, brand cinesi…) sarà capace di cogliere ed interpretare la nuova sfida. Permetterà altresì di aprire nuove porte sul più grosso mercato emergente del pianeta; questo a condizione che si abbia la capacità di adattarsi all’uso di strumenti e linguaggi adatti a comprendere e a comunicare con un nuovo target sensibile alle qualità intangibili e, come mai prima, ad aprirsi alle emozioni.