Messico, quando candidarsi a presidente può diventare una condanna a morte

Una campagna elettorale fatta di minacce, violenze, e 114 omicidi politici. Ecco cosa vuol dire candidarsi alla presidenza del più importante stato del Centro America

Le prossime elezioni presidenziali in Messico si terranno l’1 luglio, e l’aria nella Capitale inizia a farsi pesante. Una campagna elettorale lunga e complicata, arrivata oramai alle battute finali, e caratterizzata dall’aver avuto due facce: da una parte i consueti slogan, promesse elettorali e strette di mani da parte di tutti i candidati alla presidenza; dall’altra, invece, intimidazioni, minacce, attentati e omicidi hanno sancito i tempi, i temi politici e i luoghi degli scontri pubblici. A Città del Messico si respira un’aria d’incredulità e forse un po’ di rassegnazione nel aver accertato che sostenere le elezioni in Messico è praticamente una condanna a morte.

Lo sa bene Mario Alberto Chavez, candidato sindaco di Zumpango, città nel violento stato di Guerrero, sfuggito lo scorso 18 aprile a un attentato mentre cenava in un ristorante. Il candidato stesso aveva più volte chiesto alle autorità messicane delle guardie del corpo, ma finora le sue richieste sono rimaste parole al vento. Nonostante ciò, Mario Alberto Chavez, candidato di Nueva Alianza, ha deciso di non abbandonare la sua campagna elettorale.

La corsa elettorale messicana è stata segnata dal sangue dei politici (uomini e donne) uccisi senza pietà dal suo inizio: si contano ben 114 vittime, che si aggiungono al triste record di omicidi avvenuti nel 2017 in Messico, pari a 25.339.

Le ragioni di tutta questa violenza rientrano nella battaglia ai narcotrafficanti attuata dal governo messicano. Da quando nel 2006 l’esecutivo ha dispiegato l’esercito per aumentare la forza nella lotta contro il traffico di droga, sono state uccise più di 200mila persone e altre 30mila risultano tuttora scomparse. Ecco perché candidarsi oggi in Messico può significare morire, soprattutto se i candidati promettono di incarcerare i loro predecessori per corruzione o affiliazione al narcotraffico.