Nel flusso dei migranti ora spunta una band di soli rifugiati siriani

Sono giovani oppositori di Assad che hanno abbandonato il Paese e sono fuggiti in Europa: sono le star degli altri immigrati

Sbarcano da un gommone come tanti altri, all'alba, sulle spiagge da sogno dell'isola di Lesbo. Sono siriani, sono migranti.

Ma hanno una particolarità: sono i membri di una band musicale, i Khebez Dawle. Un gruppo nato come tanti altri, da un'amicizia tra ragazzi che frequentavano la stessa università, a Damasco. Era il 2010, quando il venticinquenne Maghrebi, racconta The Gran Island Independent, ascoltava gruppi rock europei "sul genere dei Pink Floyd". Come tanti ragazzi, provavano in una cantina, nei garage, ma senza mai suonare in pubblico. Temevano la censura delle autorità governative, nella paura che i loro testi non superassero le maglie dei controlli.

"Mi hai ucciso e poi mi hai dato la colpa solo perché parlo", recita uno dei loro versi. Esplicito, coraggioso. Poi arrivò il 2011 e quella che si pensava sarebbe stata l'ennesima primavera araba: i Khebez Dawle scesero in piazza con i dimostranti, chiedevano più libertà e l'allentamento della stretta del regime. Nel 2012 il batterista del gruppo è stato trovato morto.

I suoi compagni scapparono in Libano, dove tentarono di proseguire con le tournèe. Almeno fino alla decisione di fuggire in Europa, quando esibirsi era (e vivere) in Medio Oriente era diventato praticamente impossibile.

Hanno venduto gli strumenti e si sono pagati un passaggio clandestino fino alla Turchia e di lì all'isola greca di Lesbo. Quindi la trafila che migliaia di persone percorrono ogni giorno, il canotto, il mare, il rischio concreto di morire. I cd e pochi strumenti impacchettati nel cellophane per non farli bagnare.

Poi il percorso che fanno tutti, Grecia, Macedonia, Serbia. Proseguendo verso nord sempre più persone li riconoscono e li acclamano come le star che erano in patria. Rifugiati ma non solo. L'empatia corre veloce e anche tra le popolazioni locali si diffonde la simpatia per quei ragazzi che amano la musica. Ai loro concerti improvvisati accorre anche chi non parla arabo.

Adesso, in Croazia, il loro viaggio si è trasformato in una vera e propria tournèe. Il loro sogno è ritrovarsi tutti insieme a Berlino, per tornare a suonare e a raccontare la rivoluzione siriana che avevano sognati. Il loro nome, in arabo, significa: "Pane concesso dallo Stato". Un simbolo, per ricordare che il pane in Siria è elargito dallo Stato, ma anche per ricordare che non di solo pane vive l'uomo. Il governo che sognano per la Siria non concederà solo il pane, ma anche le libertà.