Pentagono: prima dell'attacco in Siria "conversazioni" coi russi

Versioni conflittuali dagli Usa. Tillerson: "Nessun contatto". Davis: "Precauzioni"

Cinquantanove missili Tomahawk, spediti a colpire al-Shayrat, in Siria, in quella che il presidente Donald Trump, nella dichiarazione ufficiale della Casa Bianca, ha definito "un attacco militare sulla base aerea da dove l'attacco chimico è stato lanciato".

"Non possono esserci dubbi sul fatto che la Siria abbia usato armi chimiche, violando i suoi obblighi sotto la convenzione delle armi chimiche, e ignorando le sollecitazioni del Consiglio di sicurezza della Nato", sostiene il presidente americano, a pochi giorni dall'attacco che ha fatto molte vittime a Khan Sheikhun, nella provincia di Idlib occupata dalle milizie ribelli islamiste.

La risposta è arrivata durante la notte e sulle modalità le versioni per ora si contraddicono. "Non ci sono state discussioni o contatti preventivi, né ci sono stati dopo l'attacco con Mosca", ha detto alla stampa il segretario di Stato Rex Tillerson, parlando da Mar-a-Lago. Tuttavia la versione del ministro di Trump confligge con quanto sostenuto dal Pentagono.

Di "molteplici conversazioni" attraverso il canale di comunicazione esistente con la base di Latakia, in Siria, parla il portavoce del Pentagono Jeff Davis, secondo cui ci sarebbe stata coordinazione. "Ci sono russi alla base - ha commentato - e abbiamo preso precauzioni straordinarie per non colpire l'area dove i russi si trovano".