Il "Pinochet africano" a processo in Senegal

Per la prima volta un ex Presidente africano è stato portato davanti a un Tribunale in Africa e, al contempo, al di fuori del suo Paese

L'Africa sta scrivendo la sua storia. Per la prima volta un ex Presidente africano è stato portato davanti a un Tribunale in Africa e, al contempo, al di fuori del suo Paese. È iniziato infatti in Senegal, a Dakar, il maxi processo contro Hissène Habré, l'ex direttore del Ciad. Il "Pinochet africano", accusato di crimini contro l'umanità, crimini di guerra e utilizzo sistematico della tortura, ora si trova di fronte a un Tribunale speciale africano, nato da un accordo tra Senegal e Unione Africana. L'istruzione del processo è durata più di un anno e mezzo, oltre 2500 testimoni e vittime del regime sono stati ascoltati e, se da un lato questo avvenimento è vissuto con l'enfasi entusiastica di chi auspica sia arrivata l'epifania del giustizialismo africano, in grado saldare i conti con un passato disseminato di fosse comuni, dall'altro, l'augurio è che questo episodio non si limiti al solo dittatore ciadiano, ma divenga il precedente in grado di porre fine all'impunità dei “caudillos” del continente.

Otto anni di regime paranoico e assolutistico, di torture e sparizioni, di sospetti in ogni dove e di fughe in cerca della salvezza. Il regno di Habré, una miscellanea di brutalità in chiave cilena, sparizioni in veste argentina e occultismo in stile haitiano, ha avuto origine nel 1982. L'uomo che sarebbe passato alla storia come uno dei più sanguinari tiranni africani, dopo aver studiato a Parigi, tornato in Patria negli anni '70, si unì alla guerriglia contro il Presidente Goukouni Oueddei e, deposto il vecchio capo di Stato, subito impose la sua linea politica: repressione e uccisione di tutti gli avversari, grazie anche all'introduzione della polizia politica, la Dds (direzione di documentazione e sicurezza), e uno stato di guerra perpetuo contro il nemico storico Gheddafi. Una situazione di ostilità, quest'ultima, che gli permise d'avere l'appoggio e il sostegno di Francia e Stati Uniti.

Solo nel dicembre del 1990 il regime venne rovesciato dall'attuale presidente Idriss Dèby e Hissèné Habré fuggì in esilio in Senegal. Intanto, in Patria, nel '92, una commissione d'inchiesta locale pubblicò un rapporto nel quale venne imputata a Habré l'uccisione di 40mila persone, la tortura di 200mila oppositori e 80mila furono gli orfani riconosciuti come prodotti dal terrore del vecchio dittatore. Furono poi scoperte le prime fosse comuni contenenti centinaia di corpi e iniziarono ad essere ascoltati i primi testimoni. La realtà delle torture incominciò dunque ad essere svelata, uomini, donne e bambini raccontarono di elettro-shock, pratiche di asfissia, bruciature di sigarette sul corpo, gas spruzzato negli occhi e, ancora, tubi collegati alla marmitta della macchina infilati in bocca, mentre veniva pigiato l'acceleratore ed isolamento per giorni in stanze con dentro cadaveri in decomposizione. Ma la peggiore delle violenze, di cui c'è testimonianza, è quella che veniva chiamata “il supplizio delle baguettes”: la testa del prigioniero infilata tra due assi che venivano strette fino a che la vittima avesse la sensazione che gli stesse per scoppiare il cervello.

La storia però ha iniziato a cambiare nel 2000, quando sette vittime ciadiane hanno dato vita a Dakar al primo atto giudiziario. Un giudice senegalese ha accusato l'ex dittatore, ma la procedura è stata annullata dalla Corte d'Appello di Dakar, per l' incompetenza territoriale del Senegal in affari del Ciad. Si è trattato però solo del primo atto. Quattro mesi dopo delle vittime belghe si sono appellate alla giustizia di Bruxelles: dopo quattro anni, alla richiesta di estradizione, di nuovo è stata sollevata dal Senegal la questione dell'incompetenza. L'Unione Africana allora si è rivolta direttamente all'ex dittatore senegalese Abdoulaye Wade, invitandolo a processare l'ex despota ciadiano in "nome dell'Africa", ma Wade ha preso tempo e così è stato necessario aspettare il suo successore Macky Sall per vedere un cambio di rotta.

Il nuovo presidente del Senegal, nel marzo 2012, si è impegnato infatti nella creazione delle CAE (camere africane straordinarie) e nel luglio 2013 Hissené Habrè è stato incolpato e incarcerato. L'Ong Human Rights Watch intanto ha avuto accesso agli archivi della DDS e ha trovato i nomi di 1208 persone uccise in carcere e di 12300 vittime di tortura. Prove su prove hanno portato quindi al processo iniziato lunedì, che rappresenta una condanna nei confronti di un dittatore e la voglia di giustizia di un intero continente.

Commenti

acam

Mar, 21/07/2015 - 13:40

e i vari tribunal dei diritti umani , onu, atc atc. 25 anni a guardare? poi ci lamentimo dei profughi, altre nazioni sono responsabili non noi...