Primarie Usa, si vota a New York. Trump arruola un super avvocato

Trump invece sta avendo qualche problema, perché, come da lui denunciato, le regole del partito in materia di selezione dei delegati, in molti stati favorirebbero gli attivisti del Gop che si oppongono all'outsider. Favoriti Hillary Clinton e Donald Trump. Ma il miliardario si prepara alla battaglia legale

Oggi la grande corsa delle primarie americane fa tappa a New York. Se il voto della Grande Mela per decenni non è stato decisivo, con l'appuntamento delle primarie che cadeva di solito quando i giochi nei due partiti erano già chiusi, quest'anno invece la situazione è molto diversa e i giochi sono (ancora) aperti. Sul fronte repubblicano secondo una rilevazione dell'emittente Fox (vicina alla destra) Donald Trump è il favorito con il 53,1% delle preferenze, oltre il doppio rispetto al governatore dell'Ohio, John Kasich, fermo al 22,8 %. Trump è talmente sicuro della sua vittoria che per il discorso di chiusura della campagna elettorale è andato a nord, a Buffalo, quasi al confine con il Canada. Qui ha attaccato il suo sfidante più agguerrito (a livello nazionale): "Nessun newyorchese può votare Ted Cruz. Ted Cruz odia New York". Si tratta di una "risposta" all'attacco che alcuni mesi fa il senatore rivolse alla Grande Mela e a Trump. Sul fronte democratico, invece, la favorita è Hillary Clinton.

Ma a che punto siamo come numero di delegati? A New York sono in palio ce ne sono 95 per i repubblicani e 291 per i democratici. Trump è a quota 743, duecento in più dell’inseguitore Cruz. Stesso margine più o meno tra Clinton (1.307) e Sanders (1.094), che dal 22 marzo ha vinto sette volte, contro una sola dell’ex First Lady (in Arizona). Tra i democratici le preferenze a livello nazionale non sono così chiare e, anzi, l'enorme distanza che separava inizialmente la Clinton dal suo rivale, diventa ogni giorno sempre più stretta. Un sondaggio del Wall Street Journal e dell'emittente Nbc mostra come la differenza tra l'ex segretario di Stato e il senatore del Vermont è ora di soli due punti percentuali: all'inizio della campagna elettorale, nel giugno dell'anno scorso, la distanza era di 60 punti.

Pur vincendo a New York Trump sa benissimo che, alla fine, alla convention repubblicana sarà battaglia. Perché difficilmente arriverà al "numero magico", quota 1237 delegati, che gli permetterebbe di ottenere automaticamente la nomination del Gop. Così il tycoon ha deciso di arruolare un avvocato, William McGinley, un vero e proprio mastino esperto di battaglie per i delegati. L'avvocato repubblicano, considerato il massimo esperto delle complesse regole del partito in materia di delegati, dovrà da subito aiutare la campagna di Trump in fase di attribuzione e selezione dei delegati, che per Trump si sta rivelando più complessa del previsto.

Il problema è questo: la legge di molti Stati prevede che in sede di convention i delegati siano tenuti a votare per il candidato a cui sono legati solo alla prima votazione. Nel caso in cui non si raggiunga il quorum, nelle successive votazioni si apre il "mercato delle vacche". Trump denuncia che le regole del partito in materia di selezione dei delegati, in molti casi favorirebbero gli attivisti del Gop che si oppongono all'outsider. E a quanto pare Ted Cruz, invece, forte anche della maggiore esperienza politica, sta avendo ottimi risultati sia nella scelta dei propri delegati, sia nel contattare delegati già eletti in quota Trump che sarebbero pronti a votare per lui alla seconda votazione.

E' proprio in questo quadro che entra in scena, nella campagna di Trump, l'avvocato McGingley: attraverso il suo supporto Trump cerca di rinserrare i ranghi della sua squadra (che continua ad essere diretta dal manager Corey Lewandowski, finito nei guai con l'accusa di aver aggredito una cronista), affidandola a mani politicamente (e giuridicamente) più esperte. Lewandowski (considerato, nonostante i problemi, un vero e proprio mastino) rimane nel team di Trump, se ne va invece il suo braccio destro, sin dai tempi in cui lavoravano insieme nel gruppo finanziato dai fratelli Koch, Americans for prosperity, Stuart Jolly, direttore delle operazioni sul campo. Lascia spazio a Paul Manfort, convention manager, e Rick Wilet, già manager della campagna di Scott Walker, che ha assunto il ruolo di direttore politico della campagna del miliardario. Insomma, basta improvvisazioni. Anche l'antisistema Trump per vincere si affida ai professionisti della politica.

Commenti
Ritratto di Gianfranco Robert Porelli

Gianfranco Robe...

Mar, 19/04/2016 - 15:47

Per fare soldi Trump, come Berlusconi, onestamente ha fatto impresa e ha pagato fior di tasse. Egli sa leggere i bilanci e difficilmente i loschi lobbisti riusciranno a fregargli i soldi sotto il naso quando sarà Presidente degli USA. Ecco perché i loschi lobbisti parteggiano sempre per i ciarlatani, a destra come a sinistra, in America come in Italia.

Silvio B Parodi

Mer, 20/04/2016 - 01:08

speriamo bene TRUMP vincitore e Presidente finalmente con Lui l'Ameria sara' piu' forte e non fara', le coglionate che hanno fatto Obama e la Clinton loro sono I fautori del disastro Libia.