Rouhani, il presidente moderato che apre all'Occidente

Hassan Rouhani, rieletto per un secondo mandato di presidente ell'Iran, è un religioso moderato che è riuscito a fare uscire il Paese dall'isolamento internazionale e ha promesso di garantire più libertà per i cittadini.

Grazie al rinnovato consenso di riformisti e moderati si è imposto nelle presidenziali di ieri con il 57% (pari a circa 23,5 milioni di voti sui 41,2 milioni di preferenze espresse), staccando di tanto il suo principale rivale, il conservatore Ebrahim Raisi, che si è fermato al 38% (pari a circa 15,8 milioni di voti).

I suoi principali cavalli di battaglia in campagna elettorale sono stati l'accordo sul nucleare firmato a luglio del 2015 con le potenze del 5+1 (cioè i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu più la Germania) e la ripresa economica del Paese grazie all'allentamento delle sanzioni, nonché il fatto di presentarsi come garante delle libertà e del progresso dell'Iran.

Quest'uomo dall'aspetto sereno non ha esitato a tirare fuori il carattere per contrattaccare gli avversari durante la corsa, difendendo la sua gestione ed evocando il rischio di un ritorno alla rigidità dei principi islamici e all'isolamento internazionale in caso di vittoria dei conservatori.

Figura importante della politica iraniana dalla Rivoluzione islamica del 1979, Rouhani è nato a novembre del 1948 a Sorkheh, nella provincia settentrionale di Semnan, dove a 13 anni entrò in un centro religioso. Proseguì gli studi islamici in diversi seminari sciiti di Qom e, a partire dal 1969, li combinò con la carriera universitaria a Teheran, dove studiò giurisprudenza e si laureò nel 1972.

Seguace fin da giovane dell'ayatollah Ruhollah Khomeini, girò l'Iran per fare campagna contro lo scià Reza Pahlavi, finché nel 1977 non si vide costretto a fuggire dopo avere definito in un discorso Khomeini un imam, che è la massima autorità nell'islam sciita. Due anni più tardi Khomeini avrebbe fondato la Repubblica islamica.

Rouhani si rifugiò nel Regno Unito e qui seguì un master in Diritto costituzionale alla Glasgow Caledonian University, dove si diplomò con una tesi intitolata "La flessibilità della sharia, legge islamica".

Dopo il suo ritorno in Iran, che coincise con quello di Khomeini, all'inizio del 1979, ricoprì diversi incarichi militari e politici nella neo-instaurata Repubblica islamica. Fu deputato dal 1980 al 2000 e poi membro dell'Assemblea degli esperti e del Consiglio per il discernimento, ruoli che continua a ricoprire, nonché presidente del Centro di studi strategici dell'Iran.

A livello militare, durante la guerra con l'Iraq (dal 1980 al 1988) rimase sei anni nel Consiglio superiore di difesa, da dove diresse la difesa aerea dell'Iran. Fra il 1989 e il 2005 occupò la segreteria del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, posto che lo avvicinò al leader supremo, Ali Khamenei, il quale non sembra essere contrario a Rohani ma in questa campagna elettorale ha criticato la sua gestione ed era più propenso per il rivale conservatore.

A partire dal 2003, dopo la rivelazione di installazioni nucleari non precedentemente dichiarate all'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), fu lui a guidare i negoziati sul programma nucleare iraniano, riuscendo a placare la tensione con alcune concessioni.

Con il suo trionfo elettorale a sorpresa nel 2013, al primo turno e con il 50,68% dei voti grazie all'appoggio decisivo degli ex presidenti riformisti Akbar Hashemi Rafsanjani e Mohamad Khatami, Rouhani ha promesso un'apertura all'Occidente per migliorare l'economia. Tuttavia il decollo dell'economia non è ancora completato e, sul piano dei diritti umani e delle libertà, i progressi sono giunti a piccoli passi a causa dell'opposizione dell'ala dura del sistema, con i principali leader riformisti delle proteste del 2009 ancora agli arresti domiciliari.

Rouhani ha presentato la sua Carta dei diritti civili e, per convincere i riformisti indecisi, si è impegnato ad agire in base a questi principi nel suo secondo mandato. Impegno per il quale ha ancora una volta ottenuto l'appoggio dell'ex presidente Khatami. Le sfide principali di questo nuovo mandato saranno la riduzione della disoccupazione, principalmente fra i giovani, e l'attuazione dei cambiamenti promessi, per non tornare a deludere i molti riformisti che lo hanno votato come l'opzione 'meno peggiorè delle elezioni.