Seggi "sigillati" dalla polizia. "Andiamo alle urne lo stesso"

Oggi negli 85 comuni la consultazione già dichiarata fuorilegge. Il governo blocca il centro di raccolta voti

Con un totale di 2.315 collegi elettorali e 6.249 seggi, oggi la Catalogna che vuole essere una Repubblica, sfida con il referendum per l'indipendenza la sovranità sancita dalla Costituzione di Madrid e l'esecutivo del Popolare premier Mariano Rajoy che ieri ha ribadito «l'annullamento» della consultazione.

Dalle otto di questa mattina in 85 comuni sono aperte le urne per circa un milione e mezzo di catalani chiamati a decidere se avviare il processo di secessione o no con la Spagna. Tre anni fa, il 9 novembre del 2014 furono 2,3 milioni i votanti del referendum, poi declassato, sotto le pressioni di governo e Corte Costituzionale, a semplice «processo partecipativo sul futuro politico della Catalogna». In quella data solo il 35,9 per cento degli aventi diritto votò: il «Sì» ebbe il favore dell'80,72 per cento dei votanti. Ieri, Jordi Sánchez, presidente dell'Assemblea Nazionale Catalana (Anc), dopo le previsioni di 1,5 milioni di votanti, ha rivisto le stime sulla partecipazione, dichiarando che se «votassero un milione di catalani, sarebbe fantastico».

Anche a questo giro, il referendum organizzato dalla Generalitat di Carles Puigdemont, è stato dichiarato «illegale» ai primi di settembre dalla Corte Costituzionale. Il governo centrale da giorni invia agenti della Guardi Civil in tutta la Catalogna per impedire l'accesso ai collegi elettorali. Già 1.300 su 2.315 sono stati controllati dai Mossos d'Esquadra, la polizia catalana: 163 risultano occupati dagli indipendentisti. A parte qualche tensione in alcuni seggi della provincia, non si sono riscontrati arresti o azioni violente, né da parte della Guardia Civil né dalla Policia Nacional, incaricate di coordinare tutte le forze catalane presenti sul territorio.

Venerdì notte a Manlleu, ottanta chilometri a Nord di Barcellona, qualcuno ha sparato con un fucile ad aria compresa su un seggio, ferendo lievemente quattro scrutatori. È stato l'unico atto di violenza, a parte quanto successo il 19 settembre, quando 3mila disobbedienti impedirono agli ispettori di Madrid di lasciare l'edificio del dicastero catalano dell'Economia, liberato, poi, da una carica della Guardia Civil, accolta da una sassaiola.

Da giorni e fino a venerdì notte, le manifestazioni, i comizi e gli affollati concerti hanno avuto una valenza totalmente pacifica, tanto che si parla di «Rivoluzione in pigiama», a differenza dei toni para bellici di Madrid e Barcellona. Ieri, Puigdemont, come prevedibile, ha detto di voler riaprire il dialogo con il governo, ma soltanto dopo il voto.

Intanto il premier Rajoy ha ordinato di monitorare e oscurare dal Centro delle Telecomunicazioni catalano tutti i siti propagandistici, assieme a quelli che indicano gli indirizzi dove andare a esprimere il voto. I tecnici di Madrid vogliono prevenire la costruzione di una piattaforma che permetta il voto sul web degli indipendentisti. Sempre chiuso agli aerei privati e ai droni tutto lo spazio aereo sopra la Catalogna, i cui confini restano presidiati: si teme una confluenza di black bloc.

Circolano voci, non confermate, che le chiese catalane potrebbero ospitare i seggi chiusi dalla Policia, in quanto i vescovi catalani si sono espressi per la consultazione. La magistratura continua a vigilare, è di 3mila euro la multa per chi aiuterà le operazioni di voto.