Una settimana in Kurdistan

In Iraq ogni giorno Uomini e Donne fanno la guerra. Schierati lungo un fronte lungo più di mille chilometri difendono la loro terra: il Kurdistan. Il popolo più numeroso al mondo senza una nazione riconosciuta. Sono circa 70 milioni i curdi presenti in un’area che va dalla Turchia, attraversa il nord della Siria e dell’Iraq, per arrivare fino al nord ovest dell’Iran. La stessa lingua, tradizione e storia, eppure nessuna nazione è stata mai riconosciuto a questa gente, esclusa la breve speranza della nascita di un Kurdistan indipendente dopo il disfacimento dell’impero Ottomano; purtroppo solo pochi anni dopo con il Trattato di Losanna del 1923 ogni speranza venne infranta. Oggi ancora una volta queste persone sono chiamate a lottare per la propria terra e a dimostrare, come se ce ne fosse mai bisogno, che loro si, sono un popolo.

Questa volta però i curdi di Iraq e di Siria sono in prima linea per difendere interessi che in realtà sono anche nostri. Lottano non solo per il riconoscimento futuro di un confine certo che li separi dagli arabi. Combattono infatti quotidianamente anche il nostro nemico: lo Stato Islamico. L’ISIS rappresenta la forma più evoluta di terrorismo fino ad ora conosciuta: pretende e conquista territori, promulga leggi, fa stragi di “infedeli” nei territori controllati, si espone mediaticamente come faro per i milioni di musulmani che vivono in Europa. Ma fa di più: mette in discussione quei valori che l’Occidente ha impiegato secoli per rendere solidi, quegli stessi valori che hanno permesso a molti di loro di crescere nella prosperità europea e godere dei diritti offerti dalle società occidentali. I curdi di Iraq e Siria oggi combattono per fermare la deriva dello Stato Islamico, muoiono per prevenire un medio oriente piegato dalla follia jihadista.

Kirkuk, Jalawla, Mosul e Tikrit sono solo alcuni dei fronti in cui ogni giorno i Peshmerga lottano contro l’avanzata del califfato. Raggiungiamo il fronte di Mariam Barg, a sud di Kirkuk e a poche ore di macchina da Erbil, la capitale del Kurdistan. Circa 150 soldati sono impegnati a sorvegliare 24 ore al giorno la linea di confine che li separa dal califfato. “Non ce ne andremo mai di qui. Non lasceremo fare neppure un passo in avanti ai terroristi” ci dice il comandante impiegato al fronte. Ad impressionare non sono tanto le sue parole, ma il fatto che le pronunci indicando la bandiera dell’ISIS, la quale dista meno di venti di metri dalla nostra postazione. “Noi stiamo facendo il possibile, il nostro morale è alto, ma i terroristi sono bene armati” continua. In effetti Europa e Stati Uniti non sembrano essere stati molto presenti da queste parti negli ultimi mesi. Le armi di cui sono dotati i curdi sono spesso obsolete, alcune risalgono alla guerra nei Balcani o addirittura al Vietnam e ci si sente a disagio quando ci si sofferma a pensare che al contrario i miliziani dell’ISIS sono stati armati fino ai denti dagli Stati Uniti durante gli inizi della guerra civile siriana. “Non abbiamo ancora visto arrivare le armi inviate dall’Italia” ci dice il comandante “respingiamo gli attacchi dei terroristi con armi vecchie, molto spesso non in grado di contrattaccare sufficientemente” continua. Ma ciò che da queste parti non manca alle persone è lo straordinario coraggio e l’onore che ogni giorno permette loro di continuare questa guerra.

Ma come sempre succede la guerra si lascia dietro la disperazione di milioni di civili. Il Kurdistan iracheno è diventato negli ultimi mesi meta di migliaia di cristiani iracheni in fuga dai taglia gole. “Quì ci sentiamo sicuri, nonostante tutto quello che abbiamo sono gli abiti che portiamo addosso” racconta Gabriel dal campo profughi di Erbil. “I terroristi sono arrivati all’improvviso, siamo scappati lasciandoci tutto indietro”. La sua è una delle tante storie di cristiani scappati da Qaraqosh, un villaggio cristiano a nord di Mosul. Davanti la chiesa se ne vedono tanti come Gabriel, esseri umani il cui unico peccato è essere cristiani. Incontriamo un uomo anziano che fa di nome Mikhail, cieco da un occhio. Ci tiene a raccontare la propria storia, lo ascoltiamo: “Quando siamo scappati mia figlia è rimasta indietro e io sono ritornato in città a cercarla. Un miliziano mi ha dato il numero di telefono delle persone che avevano preso mia figlia. Ho chiamato e mi hanno invitato a entrare in prigione dove la tenevano. Me l’hanno fatta vedere, ma uno di loro tenendola per i capelli ha detto che ormai era stata convertita e che non sarebbe più tornata. Mi hanno puntato un fucile contro e costretto ad andare via… Mikhail ci racconta la sua storia tenendo il cellulare in mano, con il quale ogni giorno chiama e spera che gli rispondano per avere notizie della figlia. Lo salutiamo, lui ci bacia e ci benedice.

In tanti, in troppi vorrebbero raccontare la propria storia. Noi ce ne andiamo salutando il piccolo David che al nostro arrivo ci aveva chiesto un pallone con cui giocare.