Gli Stati Uniti preparano la svolta: andare oltre Siria e Iraq

Contro l'Isis anche in Libia e Sinai. Pressing sull'Europa

La svolta, più volte rinviata, è adesso vicina. L'amministrazione Obama è ormai convinta della necessità di cambiare, di passare a una strategia più aggressiva nella lotta all'Isis.

Innanzitutto estendendo il raggio di azione oltre Siria e Iraq e intensificando l'azione militare. E, dopo gli attacchi di Parigi, anche un "guerriero riluttante" come il presidente americano deve arrendersi alla realtà dei fatti. Non può più ignorare come quello con l'Isis non è un conflitto regionale, ma si è trasformato in una vera e propria guerra condotta a livello globale. Con l'America, come l'Europa, in prima linea.

Obama, dopo aver riunito il Consiglio per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca, aspetta ora di tirare le fila dei colloqui in corso con i leader del G20 in Turchia, dove si sta tessendo la tela per rafforzare la coalizione internazionale contro lo Stato islamico. Coalizione finora troppo fragile, frammentata, persino divisa in alcune occasioni.

E se un patto con la Russia per porre fine alla crisi in Siria viene ritenuto un passaggio fondamentale, l'altro pilastro del piano Obama è coinvolgere maggiormente l'Europa, spronare quei Paesi finora più restii e prudenti a dare un contributo maggiore, anche sul fronte dell'azione militare.

Così, nelle ultime settimane, mentre il segretario di stato John Kerry ha lavorato incessantemente all'accordo con Mosca sulla transizione in Siria, il capo del Pentagono Ash Carter ha speso gran parte delle sue energie in un instancabile pressing nei confronti di molte capitali europee. Un pressing che in queste ore, dopo l'orrore di Parigi, si fa asfissiante, come quello sulla Turchia e su alcuni Paesi arabi.

Intanto si rafforza l'asse con la Francia, con la Casa Bianca che parla di un'intesa per l'intensificazione dei raid aerei e il Pentagono che assicura come Washington e Parigi siano pronte a "passi concreti" per un'escalation dell'azione militare. L'idea - si spiega a Washington - è di colpire l'Isis ovunque: in Siria e in Iraq, naturalmente, dove l'avanzata dei jihadisti è stata fermata ma la situazione è sostanzialmente di stallo. Ma anche in Libia, dove si trova il gruppo che ha ispirato i recenti attentati in Tunisia; e nella Penisola del Sinai, dove si troverebbero i responsabili dell'esplosione dell'aereo russo carico di turisti decollato da Sharm el Sheik.

Ma nel mirino c'è anche lo Yemen, dove si sospetta un'alleanza tra le forze di al Qaida e quelle del Califfato. Non si esclude nemmeno di esercitare un controllo più serrato di altre formazioni, non ufficialmente legate all'Isis ma giudicate potenzialmente altrettanto pericolose: in Nigeria, in Pakistan e in Afghanistan.

Un altro capitolo del nuovo piano Obama prevede poi un deciso rafforzamento del coordinamento e dello scambio di informazioni tra le intelligence alleate, con due priorità finora messe in secondo piano: fermare il flusso di denaro che arriva ai militanti dell'Isis in Siria e in Iraq da più parti nel mondo; tagliare il più possibile i canali di collegamento e di comunicazione tra i vari gruppi jihadisti. Anche tra quelli che si trovano nella regione mediorientale e le cellule in Europa o in America