Da superboss a vecchio e malato. Gli anni del calvario di Al Capone

Storia inedita di Scarface, ricostruita attraverso i racconti dei parenti

Non aveva ancora compiuto 18 anni, Alphonse Gabriel Capone, quando Frank Galluccio gli rifilò quella rasoiata al volto che lo avrebbe reso celebre, nell'ambiente (e molti anni dopo anche al cinema) col nomignolo di Scarface, lo «Sfregiato». Una battuta infelice sulla sorella di Frank «hai un culo fantastico, Lena» - una sera all'«Harvard Inn» di Coney Island, ed ecco quel bel ricordo sulla guancia sinistra per tutta la vita.

Al Capone, ovvero: una vita da gangster, andando al massimo. Ultimo di 9 figli, padre barbiere, madre sarta, originari di Angri (Salerno), «Scarface» passò gli ultimi anni della sua esistenza, da guaglione con le scarpe sfondate a boss ultramiliardario, rincoglionito da una forma devastante di demenza senile portatagli in dono dalla sifilide. Sì, faceva un po' pena, nell'autunno del 1946, vedere quello che la stampa aveva soprannominato «nemico pubblico numero uno» seduto su una sedia impagliata, in pigiama, sul bordo della sua fantastica villa di Miami che aveva fatto riempire di pesci, mentre armeggiava con una canna di bambù, ami e lenza. Talvolta, quando non faceva finta di pescare, dicono che parlava da solo. O intratteneva lunghe conversazioni col suo pantheon privato di morti ammazzati: amici, compagni di scorribande sanguinarie ai tempi dell'«Unione siciliana di Chicago» e della «North Side Gang». O nemici, come John Scalise e Joe Giunta, ammazzati con le sue mani, o fatti ammazzare a raffiche di mitra Thompson, il «kalashnikov» dei tempi. Ai tempi in cui Capone (Robert De Niro, ne Gli Intoccabili) urlava in faccia all'agente federale Eliot Ness (Kevin Costner): «You are nothing but a lot of talk and badge», che noi abbiamo tradotto nel celebre «Sei solo chiacchiere e distintivo, chiacchiere e distintivo!!!».
Chi lo vide, nell'ultimo scorcio della sua vita, lo descrisse come un bambino di 12 anni. Per rendere felice l'uomo che aveva avuto in pugno Chicago, costruendo un impero miliardario, ormai bastava portarlo a comprare le caramelle al drugstore, racconta Deirdre Bair nella nuova biografia dedicata al più celebre dei gangster italoamericani. Titolo: Al Capone: his Life, Legacy and Legend, storia basata su interviste ai nipoti e ai parenti del boss più potente dell'era del proibizionismo un uomo capace di mettere insieme 40 milioni di dollari da un Natale all'altro, negli anni Venti - che hanno accettato di parlare a patto di restare anonimi.

Gli ultimi cinque anni di quello che era stato il re di Chicago, soprattutto, erano stati un calvario. Da quando la moglie Mae lo aveva fatto ricoverare all'ospedale di Baltimora, nel 1940, all'esilio dorato di Miami Beach: 8 camere da letto, 6 bagni, palme, piscina olimpionica, tremila metri quadrati di parco. Fino al 25 gennaio 1947, quando il mandante della «strage di San Valentino» venne colpito da un ictus e una polmonite che se lo portarono via, al Mount Carmel Cemetery di Chicago. Aveva solo 48 anni. La sua mansion invece gli è sopravvissuta, e qualche tempo fa, dopo un attento restyling, è andata venduta per 8 milioni di euro a Mino Raiola, potente procuratore di famosi calciatori come Pogba.

Chicago invece, quanto a criminalità, organizzata e non, è rimasta la stessa. Durante l'ultimo fine settimana, 65 persone hanno rimediato una gragnuola di pallottole, e 13 sono morte. Nel week end, ripetiamo. Mentre i morti ammazzati, in quella che il presidente Obama chiama «casa», dall'inizio dell'anno son già 500. Una città dove i genitori, dopo aver raccomandato ai figli di studiare e di fare i bravi ragazzi gli ripetono tutti i giorni: «Se sentite sparare mollate i libri o la cartella e buttatevi a terra». Al Capone, al confronto, fa quasi tenerezza.