Svolta storica tra Cuba e Usa. Obama felice, mezza America no

Svelata la lunga trattativa segreta: riaperte le relazioni diplomatiche. Barack: via l'embargo entro il 2016, possibile visita a L'Avana. Ma i repubblicani protestano

Obama apre a Cuba

«Somos todos americanos», siamo tutti americani. Con queste parole Obama ha presentato la storica decisione di inaugurare un nuovo corso nelle relazioni con Cuba e di stabilire un rapporto più stretto con il popolo cubano. Il governo americano ha annunciato ieri una delle decisioni più importanti della presidenza Obama, che si rifletterà senza dubbio positivamente sulla sua immagine, offuscata da tanti insuccessi di politica estera: dopo ben 53 anni dalla rottura dei rapporti diplomatici, avvenuta in seguito all'avvento al potere di Fidel Castro, Washington riaprirà la sua ambasciata a Cuba e L'Avana sarà di nuovo rappresentata presso la Casa Bianca. «Abbiamo fatto questo passo -ha spiegato il Dipartimento di Stato- perché riteniamo che la politica seguita fin qui non abbia funzionato e riteniamo che il modo migliore per portare democrazia e prosperità a Cuba sia di intraprendere una nuova strada. Comunque, non faremo marcia indietro sul problema dei diritti umani, che ora potremo affrontare direttamente con le autorità».

Ma non tutti, in America, sono d'accordo: il senatore Rubio, esponente degli esuli cubani e possibile candidato repubblicano alla presidenza nel 2016, ha sostenuto che il riconoscimento del regime castrista servirà solo a risolvere i suoi problemi economici e a prolungarne così la durata.

La svolta ha avuto una lunga incubazione: i negoziati si sono svolti in Canada, sono durati diciotto mesi, hanno avuto una spinta forse decisiva da Papa Francesco e si sono conclusi con una telefonata di 45 minuti tra Obama e Raul Castro, primo contatto tra i capi di Stato dei due Paesi in più di mezzo secolo che ha risolto le questioni ancora pendenti, tanto che ora il leader della Casa Bianca parla di una possibile visita a Cuba. Il primo segnale che qualcosa si stava muovendo è stato il rilascio, per ragioni umanitarie, dell'imprenditore americano Gross, che si trovava in carcere da cinque anni all'Avana e versa in gravi condizioni di salute. Un'ora dopo, è stato annunciato uno scambio di spie, tre agenti cubani in carcere dal 1981 per un operatore della Cia detenuto da vent'anni. Infine, è arrivato il grande annuncio, e sono state pubblicate le modalità dell'accordo.

Gli Stati Uniti promettono di abrogare l'embargo entro il 2016, anche se ci vuole un voto (tutt'altro che garantito) del Congresso, e per ora non apriranno neppure completamente le porte al turismo. Tuttavia, allargheranno le maglie attraverso le quali dodici categorie di cittadini - tra cui i giornalisti - possono già oggi recarsi nell'isola, aumenteranno le rimesse che gli esuli possono inviare trimestralmente in patria da 500 a 2.000 dollari, alleggeriranno altre limitazioni nel settore bancario e, soprattutto, cancelleranno Cuba dall'elenco dei Paesi che promuovono il terrorismo. In cambio, Raul Castro si è impegnato a liberare 53 prigionieri politici e - sicuramente - a un maggiore rispetto dei diritti umani.

La ripresa dei rapporti diplomatici tra i due Paesi avrà un forte impatto sulla situazione geopolitica dell'intero continente americano, specie se sarà effettivamente seguita dalla fine dell'embargo. In pratica, segna il principio della fine per Alba, la coalizione di Paesi antiamericani promossa dal defunto leader venezuelano Chavez, ma che aveva il suo pivot nel regime castrista e dovrebbe rendere perciò più distesi i rapporti di Washington con l'America latina. Nonostante i suoi evidenti vantaggi, la mossa è stata a lungo osteggiata dagli ambienti americani più conservatori, e in particolare dalla lobby degli esuli (decisiva per la conquista dello stato-chiave della Florida nelle presidenziali), ma è diventata gradualmente più accettabile dopo il ritiro di Fidel Castro e l'avvento al potere del suo più pragmatico fratello Raul.

Peraltro la lunghezza (e l'estrema segretezza) dei negoziati dimostra quanto fossero numerosi i problemi da affrontare. Sulla carta, per Obama si tratta di un successo: ma, con il clima conflittuale che regna a Washington tra democratici e repubblicani, non tutto filerà liscio.

Commenti

mbotawy'

Gio, 18/12/2014 - 14:56

"SOMOS TODOS AMERICANOS".....,per convenienza. La battaglia del petrolio contro quella russa,ha obligato ad Obama questo gioco, risultato per la convenienza vaticana.