Tango bond-l'analisi: occhio a cantare vittoria troppo presto

Quello firmato oggi da Roma e Buenos Aires è infatti un pre-accordo. E per rimborsare i 50mila nostri connazionali dovrà essere approvato dal Parlamento argentino dove, però, il partito di Macri è in minoranza, soprattutto al Senato

È segnale che Mauricio Macri fa sul serio il preaccordo firmato da Roma e Buenos Aires per mettere fine ad una querelle, quella sui tango bond, che andava avanti da oltre un decennio e “figlia” del default argentino del dicembre 2001.

Ed ha ragione a dirsi soddisfatto Nicola Stock, il coriaceo presidente della Task Force Argentina che sin dall’inizio ha tutelato gli interessi dei circa 50mila nostri connazionali che non hanno mai aderito alle due offerte fatte in passato da Baires, convinti che i 900 milioni di euro in bond argentini in loro possesso valessero ben più del 35% offerto dai governi kirchneristi.

È inoltre indubbia e trasparente la volontà di chiudere ogni vertenza con i creditori da parte di Macri – che ieri in un altro gesto di discontinuità rispetto al passato recente ha fatto portare in un museo i quadri del defunto Chávez e dell’indagato Lula esposti alla Casa Rosada da Cristina Kirchner.

Il suo obiettivo, infatti, è di far rientrare al 100% l’Argentina nel novero delle nazioni solventi per potere così, nuovamente, finanziarsi sui mercati internazionali e non solo bussare alla porta di Pechino con il cappello in mano per coprire i buchi di bilancio come ha fatto per anni la Kirchner.

È inoltre buono il rimborso accordato, pari al 150% del valore iniziale, ovvero 1,35 miliardi di euro. Certo, non i 2,5 miliardi di euro pretesi inizialmente ma, comunque, rispetto al 35% ottenuto da chi aderì a suo tempo alle proproste kirchneriste, un'enormità.

C’è però un problema, che è bene qui sottolineare per evitare facili trionfalismi, tanto comuni in Italia al pari delle ‘depressioni’, soprattutto quando oggetto di questa nostra tipica bipolarità sono questioni internazionali.

L’accordo firmato oggi è infatti vincolato all’approvazione dello stesso da parte del Parlamento argentino. Ecco, la vera incognita è data dal fatto che “Cambiemos”, il partito di Macri, è in minoranza nel legislativo argentino.

Ma mentre alla Camera al presidente argentino basterà convincere l’ex kirchnerista/peronista Sérgio Massa, per far approvare l’accordo firmato oggi con Roma al Senato Macri dovrà venire a patti anche con qualche peronista del Frente para la Victoria kirchnerista. Un’impresa tutt’altro che facile.